Tutto in giro è un caos di nere vette precipitose, una moltitudine di picchi, un panorama fantastico di punte, di cuspidi, di pinnacoli, che emergono da chiazze di neve. Sono le aspre giogaie che coronano l'angusta gola del Bràulio, in fondo alla quale si snoda in mille volute la strada dello Stelvio. Le granate austriache piombano spesso nel baratro, che rugge alle esplosioni. La solitudine sembra assoluta. Truppe e cannoni sono invisibili. Pare che le rocce stesse si fulminino.
L'artiglieria austriaca è postata al valico, presso l'albergo Ferdinandshöhe. È salita per la strada rotabile, e si è fermata lì. Ma la nostra artiglieria non aveva strade, ed è comparsa come per magia su vette all'apparenza inaccessibili. Dei pezzi sono in agguato fra le scogliere più eccelse. I loro colpi possono arrivare all'albergo, che serve di base al nemico, e del quale ora soltanto scopriamo il vero scopo. Questo hôtel Ferdinandshöhe non era che una caserma, e adesso si spiega perchè alla sua costruzione contribuisse largamente il Governo austriaco.
Una singolarità della lotta sullo Stelvio è la presenza degli svizzeri. Il valico segna il vertice delle tre frontiere, italiana, austriaca e svizzera. Fra i due belligeranti s'insinua il neutrale. Le truppe svizzere, accampate anche loro oltre i 2500 metri, vigilano sui loro valichi in difesa della neutralità. Quando le nostre batterie cominciano il fuoco, le creste della Forcola si coronano di svizzeri che corrono a vedere. I profili più accessibili della montagna si granulano di spettatori. La Svizzera è allo Stelvio come un padrino fra i duellanti.
Dalla parte italiana gli svizzeri controllano i colpi austriaci e dalla parte austriaca controllano i colpi italiani. Perchè se una palla toccasse le rocce svizzere la neutralità ne sarebbe offesa. Ma finora un solo colpo è stato accusato di aver sconfinato, di cento metri, causando molte dicerie e nessun danno.
Le forze austriache impiegate sullo Stelvio non superano forse il reggimento, ma la posizione loro è formidabile, come del resto è formidabile la nostra. La montagna contribuisce alla guerra con risorse incommensurabili. Essa moltiplica l'efficacia delle forze in lotta, fornisce delle difese che dànno talvolta ad un pugno d'uomini il valore di un esercito. Tre quarti della guerra in montagna è fatta dalla montagna; essa ha un'ostilità sua che gli avversarî sfruttano, sulle sue vie sta di guardia la morte. Il freddo, i crepacci, gli abissi, le tormente sono le sue armi terribili. La montagna si difende, si oppone, minaccia, ammazza per suo conto.
Il combattimento sullo Stelvio, che per la quantità di truppe impegnate avrebbe un valore di episodio, acquista un non so quale carattere di lotta titanica lassù, in quella sommità del mondo, dove le vette corrusche si ergono come combattenti, avendo i ghiacciai per spalto e le valli per fossato.
Dal giogo dello Stelvio fin verso il passo del Tonale è tutta una distesa di ghiacciai, un mare candido e sinuoso dalle onde immani ed immobili, che innalzano fino alle nubi lo splendore delle loro creste, un paesaggio polare levato nelle profondità del cielo sull'imponente e immane piedistallo dei dirupi. È il gruppo dell'Ortler e del Cevedale sul cui spartiacque la frontiera corre. Non vi sono valichi; bisogna attraversare i ghiacciai nelle insellature praticabili. Italiani e austriaci sono separati dall'ampia distesa del gelo. Qualche pattuglia s'inoltra alla notte sui ghiacci, esplora, attacca un piccolo posto, ritorna all'alba. Quando il giorno sorge non c'è più nessuno sul candore delle nevi. I posti avanzati si annidano al bordo dei ghiacciai, sulle creste nude e grigie.
Risalendo da Bormio la Valfurva si può avere un'idea di questa zona meravigliosa e orrida. Si arriva al villaggio di Santa Caterina, tutto pieno di alberghi, chiuso in una conca verde di boschi, circondato da pendici che lontano, in alto, si culminano in un panorama di nevi. Fra le vette, la più alta, regolare come una piramide, tutta bianca, è quella del Palon della Mare, dai declivi molli, soffici, pieni di ombre azzurre, come fianchi di nubi. Fra questa vetta e la cima del Monte Vioz, più lontana, invisibile, oltre la frontiera, vi è un'avvallatura valicabile che conduce al ghiacciaio del Forno, più basso sul versante italiano, e da lì all'alta Valfurva. È la strada preferita dalle incursioni austriache, piccole incursioni che tentano delle sorprese.
L'ultima incursione è avvenuta una settimana fa, nella notte del 9. Una cinquantina di cacciatori tirolesi attraversarono i ghiacciai per attaccare l'Albergo del Forno. È un rude e grande albergo da villeggianti eretto sopra un verde pianoro in una regione di baite, di fronte al ghiacciaio del Forno — ma dal quale lo separa un profondo torrente. Nell'albergo era un nostro posto avanzato. L'attacco e la difesa costituiscono un infimo episodio di guerra, ma infinitamente pittoresco.