Gli austriaci hanno in queste regioni una facilità di movimenti favorita dall'esistenza di alberghi e di numerosi rifugi, ampî, costruiti da società pangermaniste, da una quantità di vereinen bavaresi e tirolesi. Quello che prendevamo per un furore sportivo era una preparazione di guerra. Ogni rifugio è eretto in posizione utile per facilitare un valico; esso è una vera stazione di tappa o un posto di vigilanza. Il pittoresco non ha niente a vedere con queste costruzioni disposte con criterî militari. Gli alberghi servono di base, i rifugi permettono l'avanzata. Negli ultimi anni, alberghi e rifugi sono stati frequentati da un numero incredibile di austriaci. Anche i registri degli alberghi italiani sono pieni di firme tedesche. I villaggi nostri della frontiera erano infestati da una quantità di tirolesi, e pastori, guide, operai, tagliaboschi tirolesi invadevano l'estate le nostre valli. Il risultato è che esistono sentieri che il nemico conosceva molto meglio di noi.

È per uno di questi sentieri che gli austriaci hanno potuto raggiungere l'Albergo del Forno da un lato quasi indifeso, verso il torrente. All'una di notte, le nostre sentinelle udirono un rumore di passi cauti fra le rocce, e ripiegarono sull'albergo dopo aver fatto fuoco. La notte era oscura. Gli austriaci si erano divisi in tre gruppi, che con abile tattica si presentarono uno per volta. Si rivelarono alle vampe dei colpi. Il primo attacco venne dal pianoro, il secondo da un pendìo che sovrasta l'albergo: ma una barriera di reticolati proteggeva i lati accessibili e il nemico, che certamente lo sapeva, non si avvicinava. Improvvisamente il terzo gruppo comparve dalla parte del burrone, fra delle scogliere vicinissime al caseggiato, quasi alla porta dell'albergo.

Molte, troppe cose gli austriaci sapevano. Conoscevano le posizioni della difesa, sapevano che quel giorno la massima parte della minuscola guarnigione era stata temporaneamente diminuita, conoscevano un passaggio, ignoto anche agli abitanti, per attraversare il burrone, e sapevano infine in quale ambiente i nostri, per aver più caldo, si riunivano alla notte. Infatti il terzo gruppo nemico piombò subito sopra una piccola cappelletta, una rustica chiesuola, vicinissima all'albergo, mentre tutt'intorno era un inferno di fucilate.

Gli alpini erano pochissimi. Contro l'attacco principale, due soli facevano fuoco. Per raggiungere la porta della chiesa gli austriaci dovevano inoltrare fra i due edifici e lo stretto passaggio era spazzato dalle pallottole dei nostri. Coricati a terra, i due difensori sparavano di sbieco per lo spiraglio d'un uscio appena dischiuso. Le canne dei loro fucili scottavano. Quando non potevano più toccare il caricatoio, stendevano la mano nel buio, dietro a loro, e afferravano un fucile fresco che un compagno porgeva.

Non una voce; nemmeno nel momento dell'allarme gli alpini hanno parlato. Al buio, senza fuoco, nelle tenebre fredde, non scorgendosi nemmeno l'uno con l'altro, essi si sono trovati d'accordo per intuizione, per istinto. Gli austriaci vociavano: Arrendetevi! — Rispondevano i colpi, il cui lampeggiamento illuminava i rozzi muri dell'andito. Aspettandosi l'assalto, i nostri avevano tacitamente inastato le baionette.

Un movimento di assalto si è iniziato; decisamente gli austriaci hanno imboccato l'angusto passaggio. Un atletico sergente è arrivato alla porta gridando: Arrendetevi o vi bruciamo vivi! Non aveva finito di pronunziare queste parole che una palla lo colpiva alla gola e lo rovesciava morto. Gli assalitori si sono fermati, hanno avuto un istante di esitazione, si sono visti i loro profili neri oscillare sullo sfondo stellato del cielo e poi scomparire. Fuggivano lasciando i loro caduti. Il rumore dei passi precipitosi svanì, e la pattuglia alpina si ritrovò sola nel deserto dell'alta montagna, di fronte al chiarore sidereo delle nevi.


È qui spesso una guerra di silenzi, di attesa, d'immobilità.

Impossibile scorgere sulle vette i nostri posti avanzati. Nessuno vi si muove. Nemmeno gli ufficiali riescono a vederli. Uomini e roccia pare che formino una cosa sola. Sdraiati nelle anfrattuosità, sull'orlo degli abissi, per intere giornate e per lunghe notti, gli alpini in vedetta rimangono fermi e desti, come cacciatori alla posta.

Taciturni e serî, partono in fila indiana dai loro attendamenti, e salgono, salgono, col loro passo eguale, lento, misurato da montanari, verso le cime, qualunque sia il tempo. Ogni ricognizione è una lotta contro gli elementi. Per bruciare un rifugio austriaco s'inerpicano tutta una notte, legati a cordate marciano sulle nevi con una temperatura di dieci, di quattordici gradi sotto zero, valicano crepacci tenebrosi, sfidano cento volte la morte, e tornano raggianti di una contentezza raccolta e silenziosa, carichi di bottino. L'austriaco è per loro il nemico meno temibile dopo aver vinto la montagna.