Quando lasciano in basso le ultime zone verdi, si fanno gravi. Risalgono spesso gole e passi che hanno una fama paurosa, come la valle Gavia disseminata di croci, che i soldati passando salutano. Ogni croce ricorda una vittima. Santa Caterina sembra l'ultimo limite del mondo abitabile. Al di là tutto si fa truce e smorto, non vi sono più colori, e la zona di operazione, il nostro fronte, è un caos bianco e grigio che sfuma in alto in un pallore d'irrealtà.

Verso il Tonale la favolosa barriera dei ghiacciai s'interrompe, la linea seghettata delle vette degrada, si abbassa, lascia un'insellatura, poi, più al sud, riprende, si risolleva, e si imbianca di nuovo delle nevi eterne dell'Adamello. Per l'insellatura la strada rotabile della Valcamonica balza tortuosa con lunghi giri, guizzando come una sterminata e sottile serpe bianca, con grovigli da nastro caduto, e passato il valico ridiscende a volute oltre la frontiera nella Val di Sole.

La via del Tonale è più libera e più facile della via dello Stelvio, perciò la lotta vi insiste con maggiore violenza. I bollettini ufficiali hanno parlato spesso delle operazioni sul Tonale, ed essi soli bastano ampiamente a dare un'idea dello svolgimento dell'azione. Si combatte non tanto per passare quanto per il possesso di una soglia.

Anche questo valico è dominato da vette, da creste, da picchi. Per conquistare in basso bisogna cominciare col salire in alto. Si tende al valico ma si combatte altrove, e vediamo nei resoconti dello Stato Maggiore come l'attacco nostro colpisca ora al nord e ora al sud, verso le altezze.

Il primo giorno stesso della guerra, il 24 maggio, passata la frontiera i nostri alpini prendono la Forcella di Montozzo, a 2625 metri, a nord del passo del Tonale. Gli austriaci si fortificano sul Monticello, al sud del passo, a 2550 metri di altezza. Si contendono le vette. Chi ha le vette ha le valli. Il 30 giugno l'artiglieria entra in azione; i nostri cannoni aprono il fuoco sulle posizioni del Monticello. Il nemico allora tenta un colpo sulle nostre retrovie, e il 15 luglio, dopo un'ardita traversata dei ghiacciai del Mandrone, al sud del passo del Tonale, attacca in forze il rifugio Garibaldi. È respinto e noi occupiamo il ghiacciaio stesso, nei punti traversabili, al di sopra dei 3000 metri. La battaglia sale ancora, le trincee sono ora nel ghiaccio. Il 30 luglio gli austriaci, nella notte, ritornano all'attacco. Si combatte nelle nevi. Il nemico è respinto dai posti avanzati.


Intanto noi, con migliore fortuna, facciamo al nord del Tonale quello che il nemico non è riuscito a fare al sud. Il 7 agosto, gli alpini risalgono ancora più al nord e più in alto della forcella Montozzo, e avanzando per una cresta rocciosa e difficile, sorprendono e disperdono gli austriaci trincerati presso la punta di Ercavallo. Pare che la lotta devii dalle località alle quali realmente tende, essa si allontana e s'innalza. Le artiglierie sono issate a tremila metri sulle rocce di Ercavallo e rendono intenibili al nemico le posizioni di Malga Palude. Piccole forze e battaglie di giganti.

Ora anche pezzi di medio e di grosso calibro tuonano intorno al valico. Alle fortificazioni permanenti si sono aggiunte fortificazioni campali, tutte le valli rimbombano di colpi, e alla notte il lampeggiare vivido delle vampe rivela immensi profili di balze dirupate.

È di notte che sono giunto alla vista di questo inverosimile, prodigioso campo di battaglia. Sono salito per una lunga via che è sorta come per incantesimo. I tedeschi vantano le loro nuove strade che seguono gli eserciti nelle pianure polacche, ma che cosa sono quelle facili arterie di fronte alla viabilità che le nostre truppe creano, con una energia e una possanza romane, sulle Alpi, tagliando le rocce, aprendo fino alle vette il varco al transito della guerra con una rapidità meravigliosa, come il pioniere si apre il sentiero nella boscaglia? Vi sono nevai ai quali ora l'automobile sale.

Sale per strade vertiginose che si attorcono su falde di monti, e corrono sul bordo di abissi. Da una parte la parete a picco, dall'altra la sterminata profondità della valle. L'automobile passa sopra una cornice, e va lentamente lanciando il suo lamentoso segnale di tromba. Non è senza un vago sgomento che lo sguardo piomba nella vallata, dove le città e i villaggi appaiono come visti dalla navicella di un pallone, sempre più lontani, una granulazione di tetti minuscoli presso un filo azzurro che è un torrente, e un filo bianco che è una strada. Si è a ottocento, poi mille, poi mille e cinquecento metri più in alto. Tutto appare schiacciato, annebbiato, immerso in un'ombra violastra, e nessun rumore sale da laggiù, se non uno scrosciare lontano ed eguale di acque.