Il passo del Tonale era quasi invisibile, ma sotto al cielo limpido e costellato s'indovinava la massa immane dei monti. Un chiarore vago, forse quello della luna sottile che stava per sorgere, si stemperava in un biancore di nubi e di nevi. Non si capiva bene quali erano le nubi e quali erano le nevi. Era un caos di vapori e di cime. Delle fascie di nebbia si distendevano sul nero delle pendici. Improvvisamente un getto candido di luce ha tagliato la notte: il proiettore di un forte.
Esso cercava lentamente intorno, e quella gran striscia illuminava di un confuso e lieve balenìo i punti che toccava. Poi, il raggio che si stendeva orizzontale ha cominciato a sollevarsi. Guardava in alto. Adagio adagio si è disposto quasi verticalmente, come se frugasse nel cielo. Le nubi e le nebbie si sono rischiarate, e prodigiosamente, al di sopra di tutto, dove a noi pareva che la terra fosse finita, dove credevamo di vedere uno scintillare velato di stelle, si è accesa la neve, e un minuscolo lembo di ghiacciaio è apparso come librato nel firmamento.
Poco dopo un baleno ha disegnato di vivida luce i contorni delle nubi: un colpo di cannone. Dopo molti secondi è arrivato il rombo, cupo e lungo.
Tutta la notte l'artiglieria ha tuonato, a larghi intervalli, come se un temporale lontano imperversasse sulle più alte regioni della guerra. Gelava, e nella oscurità la terra intorno a noi biancheggiava di brina.
DAI GHIACCIAI DELL'ADAMELLO AGLI ULIVETI DEL GARDA.
22 agosto.
Nella nostra prima escursione abbiamo avuto un'idea dell'estrema sinistra del nostro vastissimo fronte di battaglia, il quale si attacca allo Stelvio e scende al sud, lungo i ghiacciai dell'Ortler, del Cevedale e dell'Adamello, formanti come un immane, favoloso trinceramento bianco creato per una guerra di titani.
Più oltre, la tempesta delle vette abbassa il livello delle sue prodigiose onde di granito, e in essa, come un diritto e profondo solco, si apre da sud a nord la valle Giudicaria, la prima delle grandi vie di invasione che l'Austria, imponendoci la sua iniqua frontiera, si era riserbata. Fu sempre un'arteria di traffici e di guerre questa strada ampia, pianeggiante, capace, che dalle molli e ubertose vallate italiane, dopo aver contornato lo specchio del piccolo lago d'Idro tutto pieno del verde riflesso di montagne boscose, sale direttamente per la Giudicaria, e poi per la Rendena e per la Sarnthal, fino ad allacciarsi alle prime, ben lontane vallate della vera terra straniera, dove i nomi geografici cominciano a prendere un suono barbaro.
I bollettini ufficiali hanno parlato spesso della valle Giudicaria. La frontiera ci inchiodava in faccia a posizioni dominanti. Bisognava balzare avanti, irrompere nella valle dopo avere occupato le vette laterali, ed andare a stabilire il nostro fronte sopra una linea solida di difesa.
Per ben comprendere questa operazione, il cui teatro è stato la mèta della nostra seconda escursione, basta aver presente che la valle Giudicaria, diritta e mediana, ha i fianchi tagliati da valloni laterali che si distendono con quell'apparenza quasi regolare che hanno le nervature di una foglia. La Giudicaria è il nervo centrale. Inoltrandosi si ha a destra la valle di Ledro, che finisce al Garda; a sinistra la valle Daona che risale con una grande voluta fino ai ghiacciai dell'Adamello. Ebbene, l'occupazione nostra è arrivata ad affacciarci a questi valloni; il massiccio montuoso, aspro che li sovrasta costituisce la nostra fortezza: il torrente nel fondo delle gole è il nostro fossato. L'altro versante è nemico.