Al di sopra delle valli, a duemila metri di altezza, le vette di tanto in tanto si fulminano.
Si attraversa in riva al lago d'Idro l'antica fortezza di Anfo, massiccia, complicata, pittoresca, con le sue enormi muraglie che si sovrappongono fra le rocce fino alle costruzioni più alte sulle balze, con i suoi ponti levatoi, i suoi androni risuonanti di traffico, e gli spalti che si sporgono a immergere nell'acqua del lago le loro speronate robuste e grigie. Poco dopo si varca l'antica frontiera. «Regno d'Italia — Comune di Lodrone» si legge all'imboccatura del primo paesello riconquistato, al posto della scritta austriaca.
Del resto di austriaco non aveva che una scritta. Essa era indispensabile per avvertire che lì cominciava l'Austria. Null'altro lo dimostrava. Bianco, quieto, imbandierato, il paese ha l'aria ridente e soddisfatta di un villaggio brianzuolo. Più oltre, passato Darzo, s'imbocca la valle e la vita normale cessa. Non vive più che la guerra.
Un grande, prodigioso silenzio. Solo un mormorìo cupo ed eguale di acque echeggia sommesso fra le scoscese falde delle montagne: è il Chiese, veloce e limpido, nato dalle nevi eterne, tinto di un azzurro da aria liquida, come se sulle cime dell'Adamello, così vicine al cielo, si fosse imbevuto di serenità. Più ci si inoltra verso il fronte, e più la calma appare profonda.
I due eserciti si sono fissati sulle loro posizioni, e aspettano. Si osservano, si studiano, vigilano, lavorano. Le linee più solide delle reciproche difese sono lontane fra loro. Vi sono certamente delle trincee, ma non è una guerra di trincee. Fra un fronte e l'altro si stende una zona neutra, campo d'azione di pattuglie, di piccoli reparti, disseminato di vedette, percorso da esplorazioni, nel quale risuona improvvisamente lo scoppiettìo della scaramuccia.
È un territorio solcato da burroni, coperto spesso da oscure boscaglie che assaltano i declivi precipitosi e si fermano stanche sotto alle vette nude, è tutta una moltitudine di montagne che si affolla come in gara per sorpassarsi, irta di rocce dall'apparenza inaccessibile, che levano nel cielo, fin oltre i duemila metri, le sagome più bizzarre dell'architettura del mondo, i più inverosimili castelli della creazione.
L'avanzata è stata una corsa alle sommità. Per essere padroni della valle bisognava essere padroni dei monti. Quando il 24 maggio, con la contemporaneità e la coordinazione meravigliose che caratterizzano tutto lo sviluppo delle nostre operazioni, fu portato l'attacco sull'intero fronte, dallo Stelvio al mare, il bollettino ufficiale annunziò al paese anche l'occupazione di una parte della valle Giudicaria. Ma nessun soldato aveva ancora posto piede sulla strada maestra, la vera valle era deserta: però la tenevamo già. Era sotto ai nostri sguardi e ai nostri tiri. Gli avamposti italiani la contemplavano affacciandosi ai dirupi.
Per sentieri da camosci, le nostre pattuglie sbucavano su dai boschi, scalavano le cime e si mandavano l'una all'altra voci di segnale e di saluto attraverso la sonora purità delle altitudini. Quattro giorni dopo l'inizio delle ostilità occupavamo la Cima Spessa, che domina la gola laterale d'Ampola, così piena di ricordi garibaldini. Ancora tre giorni, e l'Ampola era passata, Storo era occupata, Condino era occupata: la conquista avanzava così anche nel fondo delle vallate nostre.
Intanto, valicando difficili passi, per le ripide e orride balze della valle Caffaro e della Valcamonica, reparti di alpini scendevano nella valle Daona, ad occidente della Giudicaria. Dopo un breve combattimento, le truppe che avevano occupato Condino, risaliti gli speroni sulla bassa valle Daona, si collegavano a quei reparti alpini, e si stabiliva una stupenda continuità di fronte, dal Tonale al Garda, dai ghiacciai dell'Adamello agli uliveti del lago. La grande, formidabile linea di posizioni sulle quali ora ci teniamo era tracciata.
Gli austriaci hanno tentato più volte di spezzare la catena dei posti avanzati italiani, di tornare in possesso di picchi e di valichi da cui sentivano più forte gravare la minaccia. I loro attacchi si sono diretti specialmente verso l'alta valle Daona, dove più radi erano i nuclei di occupazione, più facili le sorprese, e dove speravano forse di potersi aprire un varco verso la Valcamonica e disturbare nelle retrovie le nostre operazioni del Tonale.