I loro sforzi, inutili sempre, sono stati però coraggiosi e intensi. Respinti, tornavano cercando altri passi, altri approcci. Durante quasi tutto il mese di luglio sui bollettini dello Stato Maggiore il nome della valle Daona si ripete. Il 6 luglio gli austriaci attaccano il passo di Campo, fra i contrafforti dell'Adamello. Non riescono, e provano più in basso, più al sud. Tre giorni dopo attaccano il valico di Malga Leno. Vi è nella loro azione come la ricerca affannosa di una apertura, o di una debolezza. Contro Malga Leno operano in forze, con artiglierie da montagna, dopo aver tentato di distogliere la nostra attenzione con un attacco minore, un poco più al sud, contro la cima Boazzolo, una lunga cresta rocciosa che sovrasta torreggiando il corso del Chiese. Il giorno dopo i combattimenti riprendono, ma le nostre punte avanzate hanno la solidità dei dirupi ai quali si aggrampano. Niente le smuove.
Il 28 luglio ci spingiamo all'occupazione del Lavanech, che domina la bassa valle Daona. Dall'altra parte della vallata, dal versante austriaco, le artiglierie tempestano la cima conquistata, e nella notte, dopo una lunga preparazione di medî calibri, la fanteria austriaca appoggiata da numerose mitragliatrici tenta l'assalto. È respinta. Tutto il ciglio della valle è definitivamente nostro.
Da allora è cominciata questa tranquillità che ci sorprende. Il nemico ha rinunciato ad ogni iniziativa. Si rafforza e aspetta. Sembra persuaso della inutilità dei suoi attacchi e rassegnato ad un còmpito di vigilanza. Noi ci siamo incrollabilmente insediati sulle posizioni che ci eravamo scelte.
Ma anche nel periodo più attivo della lotta, la quiete alpestre della Giudicaria non doveva apparire troppo turbata. La montagna spezza l'azione in minuscole battaglie isolate, importanti per il risultato e infime per l'ampiezza, faticose, aspre, violente, brevi. La notte, improvvisamente, sopra una balza, la fucileria scintilla e scoppietta, e pochi chilometri più in là, al primo svolto della valle, non si sente nulla. La guerra ritorna lassù a proporzioni antiche ed a forme primitive. L'individuo diventa un'unità importante. Una pattuglia può costituire tutta l'ala di un fronte di combattimento. Il comando non arriva e l'iniziativa personale supplisce.
È risorto nei nostri soldati un istinto guerriero, fatto di scaltrezza e di ardimento; hanno ritrovato un'anima primordiale da cacciatori d'uomini: sono divenuti come se sempre fossero vissuti nella selvaggia solitudine dei boschi; hanno la sensibilità di percezione dell'indiano nella jungla; conoscono tutti i rumori, tutti i mormorii, tutti i fruscii, tutti gli echi delle valli; sentono la vicinanza del nemico con un orecchio selvaggio. La razza conservava insospettate armi di guerra, delle facoltà combattive discese a noi da remote e gagliarde generazioni conquistatrici. E con esse, la gioia naturale e piena di battersi e di battere.
Le pattuglie partono lietamente, contente; hanno sempre in serbo qualche cosa di nuovo per il nemico. Studiando le abitudini degli avversari, esse inventano tranelli, organizzano sorprese, con il buon umore col quale si prepara una burla. Ne sanno più loro della mentalità austriaca che non tutti i psicologi del mondo. La zona aspra che separa i due fronti è un terreno di agguati, di sorprese, nel quale i nostri soldati hanno scoperto tutta una viabilità invisibile.
Un giorno verso l'imboccatura della valle Daona, un tenente dei bersaglieri scoprì un posto d'osservazione austriaco: una baita che si affacciava alla boscaglia sopra un costone. Si mise alla posta, per vari giorni di seguito, e vide che la pattuglia austriaca nascosta lì dentro arrivava alla prima alba, lasciando una sentinella celata fra le piante, e ripartiva al tramonto. Una notte il nostro tenente prese dieci uomini con sè (fu una gara per seguirlo) e partì.
Prima del giorno i nostri circondavano la baita. Ecco l'alba, ed ecco la pattuglia austriaca che sbuca, guardinga, e rassicurata penetra tranquillamente nella capanna. Rimane all'esterno il capo, un grosso sergente tirolese, che si mette a passeggiare. Passeggiando non si accorge che qualcuno lo segue, ritmando l'andatura perchè il rumore dei due passi si confonda. È il tenente dei bersaglieri.
Era rischioso quel modo di sorprendere il nemico, ma era elegante. Era italiano. Noi facciamo anche la guerra da artisti. Sarebbe stato facile piombare sulla baita ad armi spianate, ma il tenente voleva vedere la faccia sbalordita e comica del grosso tirolese. Una soddisfazione che poteva costargli la vita, ma che importava?
Dunque l'ufficiale segue il sergente austriaco. Allunga il passo, lo raggiunge e lo tocca leggermente sulla spalla. Il tirolese si volta di scatto e fa un balzo indietro. Stupefatto, allibito, rimane immobile, pietrificato in un gesto di sperdimento, con gli occhi sbarrati, la bocca aperta. Il tenente sorride.