Sotto al gomito delle tubature, l'artiere alpino, attentamente, con una lentezza eroica, disponeva gli esplosivi, e con i sacchi di sabbia, messi tutto intorno, formava la camera di scoppio. Il tempo pareva eterno. Dal villaggio, occupato dagli austriaci, sono salite delle voci. Un cane ululava a cinquanta passi dai nostri, in una fattoria tutta buia. L'alpino minatore si muoveva senza rumore, studiosamente. Cinquanta minuti è durato il lavoro.

Riunitisi a qualche centinaio di metri dalla mina, i cinque soldati hanno aspettato immobili lo scoppio. L'esplosione è avvenuta senza fragore. È stato un tonfo sordo e profondo, seguìto da uno scroscio violento di cateratta. La massa d'acqua irrompeva precipitosamente dalle tubature spezzate. Poco dopo essa arrivava con impeto al villaggio, inondandolo. Gli austriaci sono stati svegliati dalla piena negli accantonamenti e nelle tende, e un urlo immenso di terrore è salito dalla valle.

Senza una parola, sempre muti, gli alpini hanno ripreso la via del ritorno; hanno ripassato la linea degli avamposti austriaci in allarme; sono arrivati alla punta dell'alba all'accampamento, affranti di stanchezza e d'emozione.

L'ordine del silenzio era finito, ma uno di loro non parlava più. L'operaio, che aveva compiuto lo sforzo più grande di tensione e di volontà, aveva perduto la favella. Ed egli tace ancora, atono, stupefatto, quieto, avendo dato in un'ora tutte le energie di una vita, avendo speso in sè stesso, in un sublime dialogo fra la volontà e l'istinto, tutte le eloquenze della sua anima. La fatalità ha voluto suggellare sulle sue labbra il mistero del suo magnifico dramma.

La spedizione è stata ripetuta, ma con altri mezzi. Il danno fatto non era irreparabile, se gli austriaci possedevano tubi di ricambio. E dovevano certamente possederne a Riva. Infatti le nostre ricognizioni hanno potuto vedere un affaccendamento di lavoro intorno alle chiuse del Ledro. Si è pensato quindi a troncare l'impianto idraulico in modo definitivo. Non più pochi uomini, ma un battaglione. Se non si passava di sorpresa si sarebbe passati per forza. Gli zaini dei soldati erano pieni di gelatina esplosiva.

Fuori di ogni sentiero, per i boschi del Carone, la truppa, dopo aver sorpreso di notte i posti avanzati austriaci, ha raggiunto il ponte sul Ponale a Biacesa, un gran ponte in ferro che sosteneva con le sue travate le tubature dell'impianto elettrico. Tre piloni, tre mine. Uno scoppio immane, un lampo accecante, una eruzione di rottami, e il ponte era scomparso.

È una guerra di colpi di mano, nella quale il nemico, più tardo, dimostra una pesantezza e spesso una inumanità teutoniche. In un recente combattimento, piccolo ma accanito, che ha completato il nostro fronte sul Garda, gli austriaci, che tentavano di resistere all'attacco, mentre si combatteva a brevissima distanza, facevano fuoco sui feriti.

Di tanto in tanto, una volta o due al giorno, la bella quiete della valle Giudicaria è interrotta da un rimbombo di cannonate. Tre o quattro granate austriache arrivano intorno a Condino. Un po' di fumo, un boato, ed è finito. È il forte di Por che abbaia, accucciato sopra un costone di fronte allo sbocco della valle Daona.

Vi è tutto un gruppetto di forti lì, a quel bivio di valli, ma soltanto quello di Por prende la parola, forse perchè è il più vicino, o forse perchè è il più moderno. Può anche darsi che gli altri forti siano stati disarmati per coronare con le loro artiglierie le posizioni lungo la Daona.

Il forte di Por si vede nettamente. L'erba non è ancora nata sui suoi spalti, che macchiano di una nudità rossastra il fianco del monte, come una frana. Però un muraglione di appoggio laterale delle opere, rimasto scoperto, è sagacemente tinto di verde, ma di un verde tenero inverosimile che non appartiene a nessuna vegetazione di questo mondo. Sulla spianata le cupole di acciaio si profilano basse, cinque calotte che sfiorano appena la superficie. Intorno, il prato e il bosco fanno largo, come arretrando davanti a questa fragorosa intrusione sulla selvaggia bellezza del monte.