Condino riceve le sue granate quotidiane con quell'aria desolata, esterrefatta e lugubre che hanno i paesi abbandonati nelle zone del fuoco dove fra le case e per le piccole vie pittoresche la solitudine e il silenzio acquistano una pesantezza tragica. Da ogni porta esala come un alito di angoscia, e pare di sentire nelle abitazioni vuote il senso di un'atroce attesa. Da lontano sembrano vivi questi villaggi. Condino, con le sue case bianche, appare pieno di una campestre gaiezza. Quando vi si entra, l'immobilità di ogni cosa produce una non so quale impressione di gelo, come se l'ombra dei muri raccogliesse un'atmosfera di morte.

Poco più oltre, Cimego; più lontano Castello. Abbandonati anche loro vedono strisciare lungo le case le pattuglie austriache. Questo silenzio, così sinistro nei paeselli, dove inconsciamente noi tendiamo l'orecchio alle voci, è dolce all'aperto. Nella mattinata limpida, sotto al gran sole, la valle è festosa.


Nelle acque del Chiese è un brulicare rosato di soldati che si bagnano e si levano dai loro gruppi canzoni e risate. Altrove si lavora. Si lavora con una letizia che mette in noi una serenità indicibile. Si fanno baraccamenti per l'inverno, si fanno strade, si fabbricano arnesi, si costruiscono persino slitte, che porteranno viveri e munizioni quando tutto questo verde sarà morto e i nevai saranno discesi fino alla valle. Falegnami, muratori, carpentieri, zappatori, lavorano al sole, cantando. Gli accampamenti che s'inerpicano con un disordine da armenti al pascolo sui prati e sulle boscaglie dei declivi, sono pieni di vita e di allegria. Direi quasi che scendono da essi delle buffate di giovinezza e di vigore.

Se il nemico contasse sulla nostra stanchezza, s'ingannerebbe molto. La guerra ci tempra. Pare che i nostri soldati ritrovino al campo una vita che conoscevano, che amavano e che avevano dimenticata.

Compiono opere meravigliose che la sola forza non può fare senza l'entusiasmo. Il dorso delle più aspre montagne è solcato dalle volute di strade che scalano l'inaccessibile e per le quali l'automobile ascende. Sono centinaia di chilometri. I più grossi cannoni italiani tuonano da vette sulle quali finora non s'era posata che l'aquila. Declivi e rocce, ad altezze vertiginose, sono tagliati dal varco aperto dalla sapienza, dalla volontà, dalla gagliardia dell'esercito, e le strade nuove, simili a venature sui monti, portano come vene un fiotto di vita nostra alle più eccelse altitudini.

Per interrompere la strada di Ampola, quella che va a Riva, gli austriaci hanno fatto crollare in un punto la montagna con tre tonnellate di dinamite. La strada che era incavata nella roccia è scomparsa, e con lei tutta una falda della roccia. Ebbene, si è fatto un ponte che raccorda i due mozziconi della strada interrotta, un ponte sull'abisso, un ponte di legno, che si aggrampa alla parete, che si appoggia alle sporgenze, che sale lungo la roccia, così grandioso, così solido, che pare un lavoro permanente, e che probabilmente per molti anni reggerà il grave traffico di questo nuovo e antico lembo d'Italia.

Nelle opere delle nostre truppe si rivela una visione monumentale delle cose. Pare che si faccia tutto col pensiero dei secoli. E per lunghi secoli infatti rimarranno su queste montagne le tracce profonde e gigantesche della nostra civiltà in lotta, che affacciandosi sulle sommità delle Alpi vi lascia come degli indelebili solchi di artiglio.

TRA LE BALZE DELL'ADIGE.

26 agosto.