L'occupazione di Ala, e la prima irruzione delle nostre truppe verso Rovereto nella valle dell'Adige, dopo la conquista fulminea dell'Altissimo e di tutto il massiccio fra il Garda e l'Adige, sono legate alla memoria del generale Cantore. La storia della nostra azione in quel settore è come dominata dalla figura di questo singolare condottiero di avanguardie, che aveva della guerra una concezione antica, magnifica e temeraria, per la quale è morto. Il suo ardimento da guerriero leggendario, che si accoppiava ad una visione chiara del terreno, ad una percezione esatta e rapida delle possibilità, fu preziosa nel primo slancio dell'avanzata, quando le nostre colonne penetravano nel territorio nemico senza potersi prefiggere un obbiettivo preciso e definitivo, prive di informazioni esatte, affidate alla intuizione e alla sagacia dei capi per strappare alle circostanze il maggiore frutto.
L'Altissimo fu preso con un colpo di mano. Reparti alpini marciarono nella notte del 23 maggio per dirupati sentieri della montagna, e sorpresero all'alba il nemico sulla vetta. Senza sosta l'occupazione si estese ad oriente. Dalla cima scese per i valloni ad affacciarsi sulla Val d'Adige. Le pattuglie calavano per i costoni e per le balze. Delle compagnie di rincalzo s'inoltravano dal sud. Il 2 maggio, l'avanzata risaliva il fondo della valle fino ad Ala.
Poche truppe: due battaglioni. Uno marciava alla destra dell'Adige, l'altro alla sinistra. Una batteria seguiva il battaglione di destra. Gli abitanti, quando vi narrano della comparsa delle truppe liberatrici, non vi dicono «gl'italiani arrivarono» ma «Cantore arrivò». Perchè videro lui prima di ogni altra cosa. Il generale era l'esploratore delle sue colonne. Improvvisamente, in un villaggio che gli austriaci avevano abbandonato poco prima, entrava un generale italiano, solo col suo capo di Stato Maggiore.
Giungeva per la strada maestra, tranquillamente. E questo ardire, pieno di un senso di eroico disdegno verso il nemico, colpiva profondamente l'immaginazione degli abitanti che aspettavano palpitando, la mente piena delle menzogne austriache, secondo le quali gl'italiani avrebbero messo tutto a ferro e a fuoco.
Cantore voleva vedere ogni cosa con i suoi occhi. Dove poteva celarsi un agguato, verso i possibili sbarramenti, dove il terreno si prestava ad una difesa avversaria, andava lui a guardare. Freddo, calmo, avanzava allo scoperto, e, scelto un buon punto d'osservazione, si assestava lentamente gli occhiali sul naso e ammiccava con i suoi occhi da studioso miope, impassibile al fuoco, immobile, attento, come un matematico avanti ad un problema. Poi, quietamente, dettava gli ordini al suo capo di Stato Maggiore, che lo seguiva per disciplina, per dovere e per amor proprio.
Quando voleva recarsi in esplorazione, il generale non mancava di chiedere il parere dell'ufficiale. Ascoltate le eccellenti ragioni che sconsigliavano il progetto, egli concludeva «Allora, andiamo!» — e partiva in avanscoperta. Aveva un'inflessibilità verso di sè e verso gli altri, che era tutta scritta nell'energia del suo volto. Ignorava il pericolo; lo aveva affrontato tante volte impunemente che si era fatta la persuasione di una invulnerabilità. «La morte non mi vuole», diceva. E ci credeva. La morte lo ha afferrato così repentinamente nella sua ultima temeraria esplorazione fra le orrende rocce delle Tofane che egli non l'ha sentita venire e non ha avuto il tempo di ricredersi.
A Borghetto entrò a piedi. Dal campanile del villaggio una pattuglia austriaca aveva tirato dei colpi verso la strada. Poi questo fuoco era cessato. Cantore volle andare a vedere se il paese era sgombrato dal nemico. Due guardie di finanza del posto di frontiera gli fecero da fiancheggiatori. La pattuglia austriaca era fuggita. L'avanzata incominciò. Cantore partì avanti, in automobile, come per una passeggiata.
Nella valle pittoresca i cui nomi evocano come una fantastica galoppata di epopea, fra quei dirupi che hanno visto passare in uno scintillìo di uniformi e in un ondeggiamento di piume la prima gloria napoleonica, la quale doveva allargare i suoi clamori trionfali su tutta l'Europa, in quel grandioso scenario da battaglie, la conquista italiana è entrata veloce, annunziata dal rombo di un motore, che echeggiava improvviso fra i muri dei villaggi attoniti, rozzi e grigi, raccolti intorno al bianco stelo dei campanili, e immersi nei vigneti contro ad uno sfondo oscuro di immani rocce precipitose.