Dopo le chiuse prodigiose che Rivoli sovrasta dal suo verde pianoro, profonde come cañons, dopo quell'angusto e solenne corridoio di dirupi che stringe fra pareti a picco la serenità dell'Adige, dopo la zona delle vecchie fortezze, massicce e bianche, che dominano la gola dalla sommità di vette nude, la vallata si allarga maestosa, vigilata da ruderi di torri annidati fra dirupi giganteschi e da qualche scheletro superbo di castello, che come quello di San Valentino addossa alle rocce le sue muraglie merlate con un'aria grandiosa, severa, lugubre da castello delle leggende. Il passato ha lasciato per tutto un segno di guerra. Ad uno svolto della valle, una cittadina chiara, graziosa, arrampicata in parte tra il verde delle alture, avanza le sue case più nuove verso l'Adige: è la prima città austriaca, Ala.
Ha un'aria raccolta e antica, con un'impronta così profondamente nostrana che pare di averla conosciuta già, di ritrovarla vagamente nella memoria insieme al ricordo di qualche vallata del Friuli. Nulla di più italiano di quei vecchi palazzi d'Ala, di una nobiltà provinciale, di un'arte modesta e pura, nel cui interno verdi specchiere di Venezia riflettono nel loro pallore di sogno delle grazie settecentesche. La parte alta, inerpicandosi sul monte, diviene rustica, e le stradine che salgono tortuose sono fiancheggiate da casupole montanare, tutte a balconate di legno annerite dal tempo. Attaccate ai muri, presso alle porte, le rozze slitte aspettano l'inverno; sulle logge è tutto un festoso verdeggiare di fascine fresche che seccano al sole; da soglia a soglia passa un dialogo veneto di comari.
Ad Ala avvenne l'unica opposizione austriaca alla nostra avanzata. Fu piccola, breve, ma arrivò di sorpresa. La città pareva completamente abbandonata dal nemico.
Prima di ritirarsi i gendarmi austriaci avevano affisso manifesti che minacciavano severe e imprecise punizioni a chiunque avesse osato di fare buona accoglienza agli italiani, e avevano ripetuto a tutti che gl'italiani si sarebbero abbandonati ad ogni eccesso. Da giorni i negozî erano chiusi, e la città silenziosa aspettava nella speranza e nell'ansia. Gli abitanti ignoravano tutto della guerra. Non sapevano della presa dell'Altissimo e delle altre operazioni che si stavano svolgendo nella regione. Nessuna notizia arrivava. Ma fra le case chiuse, per le finestre dei cortili circolavano bisbigliate delle voci.
Il 24 maggio si diceva già: «Saranno qui stasera; un boscaiuolo ha visto i bersaglieri ad Avio; scorgeva le penne....» Fra i patrioti vivevano degli austriacanti; la comparsa di qualche vicino sospetto interrompeva i dialoghi e faceva richiudere le finestre. Non erano tutti partiti gli anti-italiani, e qualcuno ne resta ancora adesso.
Andando via, gli austriaci avevano requisito il bestiame, obbligando dei contadini a condurlo a Rovereto. Pochi di questi disgraziati sono tornati indietro. Per farli rimanere, temendo forse lo spionaggio, gli austriaci avevano annunziato loro, semplicemente, che Ala non esisteva più, essendo stata distrutta insieme agli abitanti dalla barbarie italiana. La mancanza del bestiame e di provviste rendeva la vita dei cittadini difficile. L'arrivo degli italiani era invocato come un salvataggio.
Quando l'automobile del generale Cantore entrò nella città, Ala pareva deserta. Cantore si fermò nella piazza, una piazzetta angusta, irregolare, a declivio, che pare si tenga a stento dallo scivolare con tutti i suoi ciottoli. Erano circa le dieci e mezzo del mattino. Il generale aspettava le sue truppe. Intanto alcuni individui sbucavano fuori e si avvicinavano a lui ossequiosi, assicurandolo della loro lealtà e del loro patriottismo. Gli austriaci? — dicevano costoro. — Neppure l'ombra. Erano fuggiti tutti.
Mentivano. Nessuno disse al generale che la gendarmeria austriaca, rinforzata da un reparto di fanteria territoriale, era all'uscita del paese dove da tre notti lavorava a trincerarsi. Questa menzogna noi abbiamo generosamente dimenticato.
Tre quarti d'ora dopo si udì il passo dei soldati per le vie. Delle porte si schiusero, delle voci di saluto risuonarono. Le case dei patrioti furono in rumore, e il grido di «Viva l'Italia!» scendeva da alcune finestre. All'avanguardia che, fra uno scintillìo di baionette in canna, sboccava sulla piazzetta, il generale diede l'ordine di proseguire ed occupare gli approcci settentrionali del paese. Repentinamente, appena i soldati, voltato l'angolo, sbucarono fuori dall'abitato, scoppiò la fucilata, violenta, intensa, vicina, imprevedibile.