La conquista del Salubio ha inutilizzato le difese più basse nella valle, create sull'altura di Telve, che è come uno sperone del Salubio avanzato verso il corso del Brenta a sovrastare la cittadina di Borgo. Quest'altura, fulva, nuda, regolare, appare tutta rigata da trinceramenti formidabili in cemento armato. La sua fortificazione deve essere costata milioni. L'allineamento oscuro delle feritoie, nell'ombra della blindatura, si tratteggia su tutto il declivio, fino al paesello di Telve, che sorge ai piedi del colle, e le cui casette bianche si sovrastano, come per contemplare la valle, l'una al di sopra del tetto dell'altra. La rovina turrita di un castello allarga sulla vetta della collina la cinta delle sue muraglie diroccate. L'altura è stata abbandonata senza lotta.


Attraverso la vallata ubertosa, seguendone la dolce curva, Borgo, l'ultima città conquistata, si distende; e da lontano essa appare come un chiaro festone di case che si attacchi alle prime pendici del Salubio, da una parte, e a quella del monte Armentera dall'altra. L'Armentera è pure nostro. Mentre avanzavamo alla destra sul Salubio, avanzavamo alla sinistra dal monte Civaron, preso nel giugno e dal quale gli austriaci hanno tentato inutilmente di scacciarci.

Nessun combattimento nella valle. La lotta è avvenuta sui fianchi, da dosso a dosso, da cima a cima. Il Civaron, alto, strano, sottile come un pan di zucchero, coperto di boschi, dominava già Borgo, ma è l'Armentera, più avanzato, che scende a balze dirupate, tutte solcate da lavori di trinceramento austriaci, che ce ne dà il possesso incontrastato.

Fra queste alture imponenti, la Valsugana si apre e forma una conca meravigliosa, ricca, verde, disseminata di villaggi pittoreschi, di ville, di castelli. Da ogni parte d'Europa l'estate portava qui una popolazione di gente in vacanza, attirata dalla bellezza dei luoghi e dalla efficacia curativa delle acque. Oltre Borgo si scorge Roncegno, con i grandi caseggiati dei suoi famosi stabilimenti termali immersi nelle nuvolose masse oscure di un parco. Più lontano è Levico, più in alto è Vetriolo.

Nelle stazioni ferroviarie di tutti i paesi si leggono ancora questi nomi sopra affiches multicolori, rimaste ad invitare la gente come se niente fosse successo. Le locande vicine alla vecchia frontiera sono piene di queste réclames allettevoli che vi incitano a passare un mese di villeggiatura al Ferdinandshöhe sullo Stelvio, o al Grand Hôtel del Tonale a Ponte di Legno, o all'Hôtel di Falzarego, in località bombardate, in alberghi dei quali non esistono più che le rovine.

La incantevole conca di Borgo è deserta. I paesi sono abbandonati. Nulla si muove sulla via bianca. La polvere s'accumula sulle soglie delle case, insieme a detriti di carta e di paglia portati dal vento. Tutti i ponti sono saltati. Non uno ne hanno lasciato intatto gli austriaci. A Grigno, non lontano dalla frontiera, e più oltre, presso Borgo, hanno interrotto i passaggi a colpi di mina. L'acqua del torrente Maso gorgoglia fra i rottami contorti dei ponti di ferro della ferrovia — i cui binari sono rimasti per un tratto stranamente sospesi — della strada rotabile principale e della strada di Scurelle; tre ponti vicini, le cui campate, crollate allo stesso modo, spezzate agli stessi punti, hanno una non so quale bizzarra analogia di gesti.

Poco lontano, il campanile di Borgo, dal pinnacolo singolare come una punta di pagoda, si leva giallo e scintillante al sole sopra un fresco stormire di pioppi. Le persiane chiuse dànno alle case del paese silenzioso un'apparenza di paura, come se esse avessero serrato gli occhi per non vedere. Su queste case spaventate e sole, di tanto in tanto arriva una granata: un ronzìo profondo e lamentoso, uno scoppio, una nube di fumo e di polverone, ed un edificio ferito versa sulla strada qualche frammento bianco.

La stazione, ad un limite del paese, appare danneggiata dai colpi. Ma furono colpi nostri. Circa tre settimane fa, come annunziò il bollettino ufficiale, si scorse dal Civaron un intenso movimento di truppe e di carreggi alla stazione di Borgo e delle artiglierie pesanti la bombardarono. Il movimento si dissipò come per incanto. Una grande attenzione fu posta nei tiri per non danneggiare l'abitato, benchè allora la città fosse già abbandonata.

Per quasi due mesi Borgo è stato zona neutra. Vi arrivavano pattuglie nostre e pattuglie austriache. La situazione non era amena per gli abitanti; tanto più che quando le pattuglie nemiche sceglievano la stessa ora erano scariche di fucilate per le strade. Gli austriaci accusavano la popolazione di favorire gl'italiani. Avvertiti da quello spionaggio che è una delle loro più perfette istituzioni, essi scendevano ad arrestare la gente sospetta di italianità. Portarono via così anche una signorina, colpevole di aver stretto la mano a un caporale nostro. Alla fine ordinarono lo sgombro definitivo della città, e la poca gente che era rimasta partì. Ma partì dalla parte nostra, protetta da uno squadrone di cavalleria.