Ora, da due giorni, gli austriaci tirano cannonate sulle case, ma senza continuità e senza convinzione. Credono di impedire forse qualche concentramento di truppe a Borgo. Sparano da lontano e da vicino; sono piccole granate di cannoni da montagna, che arrivano chi sa da dove, o sono le grosse artiglierie del monte Panarotta che intervengono, specialmente nelle ore pomeridiane, quando il Panarotta è in ombra e vede la valle in luce.
Il Panarotta costituisce adesso la barriera austriaca nella Valsugana, come il Biaeno è la barriera che fronteggiamo nella valle dell'Adige. Si sporge ad una svolta della vallata, dietro a Roncegno, e pare la blocchi con la sua mole superba, azzurrastra nella luce del mattino. La conca di Borgo ha il Panarotta come ultimo scenario di fondo.
Sulla vetta la montagna ostile ha dei forti corazzati muniti di cupole d'acciaio. Pare che all'inizio della guerra questi forti non fossero ancora armati. In ogni caso si armarono presto, e alla metà di giugno cominciarono a far sentire la loro voce. Più in giù, lungo gli oscuri declivi boscosi, batterie mobili si appostano sui pianori, e trincee, e reticolati che si stendono a fasce, segnalati come da un affollamento nebbioso e minuscolo di miriadi di pali.
La difesa austriaca sembra si vada concentrando in quell'immane fortilizio. La nostra avanzata sul Salubio e sull'Armentera ha provocato un balzo indietro del nemico. Sopra Roncegno c'è una piccola chiesa, antica e solitaria, sul cui campanile ha sventolato fino a due giorni fa una grande bandiera austriaca. La bandiera è scomparsa. Nessun essere vivente si muove intorno alla chiesuola lontana. Per tutto è quiete, silenzio, immobilità. Non uno spolverìo di marcia o di convogli in movimento sulle strade più remote. Gli austriaci si sono ritirati dopo l'ultimo combattimento, lasciando qualche piccolo reparto sulle colline, a ponente di Borgo, da dove cannoneggia. E ritirandosi hanno fatto saltare altri ponti. Fino a Roncegno si sono viste brillare le mine. Questa fretta d'interrompere la viabilità denota uno stato singolare di allarme.
Dalla Valsugana, nelle vicinanze di Borgo, si diparte a Strigno una strada nuova, arditissima, che valica passi difficili, s'inerpica con mille giravolte sulle falde di montagne dirupate, e va da valle a valle, parallelamente alla frontiera, fino a Fiera di Primiero a congiungersi con la grande strada della valle di Cismon. È una strada militare magnifica che l'Austria ha costruito con uno sforzo gigantesco, quale soltanto una volontà definitiva poteva determinare, e il cui valore spaventa. Percorrendola noi abbiamo la misura del pericolo immenso che ci minacciava.
Questa grande e comoda via, che rendeva praticabile ai movimenti delle forze austriache la parte più aspra, impervia e selvaggia di quella zona di frontiera, ha ramificazioni verso la parte nostra, ha derivazioni che salgono a delle vette. Salgono tortuosamente a vette dalle quali i nostri forti si dominano, e su molte di quelle posizioni le piazzole per le grosse artiglierie erano già pronte.
Non tutte quelle strade sono finite; alcune erano ancora in lavorazione, altre erano appena tracciate, quando la guerra è scoppiata. Nessuna carta le segnala. Esse compongono tutto un sistema che rivela il piano austriaco di aprirsi il passo su Feltre sfondando le nostre barriere della Valsugana.
E mentre si apprestavano le strade per le grosse batterie da assedio, piccoli paesi della montagna, di quattro o cinquecento abitanti, vedevano fra le loro mura sorgere enormi panifici elettrici, d'una modernità insuperabile, capaci di fornire da dieci a ventimila razioni di pane ognuno. Ve n'è a Pieve di Tesino, ve n'è a Canal San Bovo, ve n'è a Fiera di Primiero, cioè ad ogni nodo di strade, ad ogni sbocco di valle. Quali masse erano destinati a nutrire? Ora essi fanno il pane per le nostre truppe.
L'Austria preparava l'invasione meticolosamente, metodicamente, con quella cura del dettaglio di chi può prendersi tutto il tempo necessario per studiare e per operare, eliminando ogni rischio, organizzando il colpo sicuro, contando di poter scegliere il suo momento. Fortunatamente non lo ha scelto lei.