La grande strada militare porta attraverso paesaggi melanconici e grandiosi dell'alta montagna, fin dove l'abete intristisce nei crepacci e fra minuscoli cespugli cinerei fiorisce l'edelweiss, il fiore del freddo, il fiore in pelliccia bianca. I nostri soldati ne fanno raccolta, e la posta porta innumerevoli fiori delle Alpi alle case italiane. Nella foschia, nella penombra nebbiosa delle vette, quasi sempre sfiorate dalle nubi, s'intravvedono baraccamenti che sorgono, e il martellare lieto del lavoro, accompagnato da canti d'ogni regione, echeggia nell'aria fredda.
Si ridiscende al tepore della ridente valle di Cismon, dove tutto è quieto. Guerriglia di pattuglie sulle montagne, al nord, ai piedi delle prodigiose muraglie dolomitiche della Pala di San Martino, immani, grige, inverosimili. I nostri soldati si spingono in esplorazione fino ai passi che il nemico guarda. È la lotta di agguati e di sorprese che abbiamo conosciuto sulla Valfurva e nella valle Daona.
Il combattimento più importante avvenne al ritorno di una esplorazione. Trenta alpini erano aspettati da cinquanta nemici appiattati nel folto di un bosco di abeti. Era la sera. I nostri, vicini ormai all'accampamento, marciavano incolonnati in un sentiero. Il nemico fece fuoco a cinquanta metri. La prima scarica fu micidiale. Gli ufficiali nostri caddero. Ma i soldati non si persero d'animo: manovrarono, si distesero in ordine di combattimento, e, appostati dietro gli alberi e tra i macigni d'un torrente, per tutta la notte sostennero il fuoco dell'avversario superiore, mirando alle vampe dei colpi.
All'alba, udendo arrivare dei rinforzi italiani, i nemici fuggirono lasciando vari morti e alcuni prigionieri. Quando si potè osservare la loro uniforme, si vide che non erano austriaci.
FRA I TORRIONI DELLE DOLOMITI.
Belluno, 2 settembre.
Una pioggia torrenziale, uno di quei brevi e violenti temporali di montagna che pare nascondano il mondo in un velo crepuscolare di acque scroscianti, aveva la sera prima vuotato sulle montagne Cadorine tutte le nubi, e quando ci inerpicavamo verso la vetta maestosa dell'Averau, al nord di Selva di Cadore, l'immenso panorama delle Alpi Dolomitiche levava la moltitudine fantastica delle sue punte nella gloria di una serenità magica.
Non un pennacchio di nebbia, non un batuffolo di vapore, non un cirro, e nell'azzurro profondo del cielo i profili dello sconfinato e meraviglioso orizzonte si disegnavano con una precisione tagliente. La terra e l'aria avevano un non so quale colore di lavato, di fresco, come se la creazione fosse stata ridipinta a nuovo, e le più lontane balze soleggiate, che rivelavano i loro infimi rilievi nella purità luminosa della divina mattinata, apparivano stranamente vicine, quasi a portata di voce.
La vetta dell'Averau è una torre immane, prodigiosa, di una nudità striata di rosa, e vista dal basso, dal piede delle sue pareti a picco, ha qualche cosa di soprannaturale e di pauroso. Lo sguardo sale al cielo lungo la roccia tormentata che strapiomba, e quella mole vertiginosa che esce dalla logica delle nostre concezioni incute un vago senso di sgomento. Sui suoi fianchi corrono crepacci profondi, strane feritoie nelle quali un buio ostile si agguata. Da un lato la portentosa muraglia si sfalda, e forma delle guglie aguzze, fra le quali s'insinua nell'ombra la precipitosa e cinerea fiumana di detriti dei canaloni.