LE NOSTRE LETTERE
DALL’ARGENTINA.

[Dal Corriere della Sera del 23 maggio 1902.]


CONTINUANDO....

Le prime lettere dall’Argentina, pubblicate nel Corriere, hanno suscitato polemiche che l’amico lettore non ha forse dimenticato. Sono stato accusato di malignità, di menzogna e di peggio.

Al momento di continuare la pubblicazione delle « lettere argentine », nelle quali riassumo la imparziale osservazione dei fatti, permettetemi di parlarvi un poco delle pubblicazioni passate, per le quali tanti attacchi feroci e ingiusti mi sono stati mossi.

Non è per difendere me; no, è per difendere la verità.

Qualunque sdegno di uomo offeso, qualsiasi legittima indignazione di onest’uomo attaccato ingiustamente, qualsiasi scatto d’amor proprio dolorosamente ferito sono ben poca cosa di fronte alla rivolta impetuosa che divampa nell’animo di chi, conoscendo il vero, lo vede calpestato, nascosto, lo sente negare senza pudore e senza vergogna. E specialmente quando questa verità si riferisce a sofferenze, lotte, dolori, miserie e lacrime di tanti e tanti nostri fratelli!

Qui la questione personale passa in seconda linea. Non vengo a parlarvi della guerra sleale che mi è stata mossa, degli ostacoli frapposti alla mia strada, delle ire e degli odî suscitati contro di me, come delle minaccie e degli insulti che ne sono stati le conseguenze, delle calunnie basse e ridicole con le quali si è aizzato contro di me il furore della folla argentina, come per porre un supremo ostacolo al compimento del mio dovere. Tutto ciò non interessa che me, al più. Voglio invece parlarvi di quanto ho scritto, che è la verità; e la verità interessa tutti.

È necessario che non solo sia conosciuta, ma creduta. Pensate che ora, mentre ben trentatre Società operaie dell’Argentina lanciano agli operai italiani un manifesto esponendo la loro miseria coi dati ufficialmente riconosciuti esatti, continuano a salpare per quella Repubblica nostre navi cariche d’emigranti, i quali vanno con la credula mente piena di errori e l’anima piena di sogni; e proprio in questo momento un maggior numero di disgraziati lascia l’Argentina in cerca di pane; pensate a questa enormità, che mentre migliaia di persone, le quali hanno vissuto laggiù, che parlano la lingua del paese, che conoscono l’ambiente, si riducono ad abbracciare la più disperata delle risoluzioni: la fuga, altre migliaia di persone ignoranti di tutto, ossia in condizione di enorme inferiorità, si dirigono ciecamente verso quella terra che li affascina. L’umile posizione che questi allucinati abbandonano in Patria e che ad essi sembra misera di fronte alla fortuna che sognano, diviene precisamente la mèta agognata dalla triste e disfatta folla dei disillusi fuggitivi. E chi può fuggire è pur sempre fortunato! Quanti non ne hanno più la forza; oh! quando la miseria pone il piede sul vinto non se lo lascia facilmente sfuggire! Dodicimila e quattrocentosessantotto emigranti hanno lasciato l’Argentina nel solo mese di marzo, e dodicimiladuecento ottantatre vi hanno approdato! Pensate a queste cifre, e ditemi se non è necessario e urgente che la verità sia nota. Tutti questi nostri emigranti partirebbero forse se conoscessero niente altro che le cifre dei rimpatri? Non cadrebbe la benda dai loro occhi? Il tacere è un delitto.