Mi dispiace d’intrattenere il lettore sopra cose che sembrano personali; ma di fronte alle accuse di malevolenza, di esagerazione e di falsità, con le quali si è tentato di togliere ogni valore a ciò che ho scritto, io ho più che il diritto, il dovere di difendere con me il lavoro mio.

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In riassunto, che ho detto nelle prime « lettere argentine? » Che vi è una crisi spaventosa. Ebbene, oggi il Commissariato generale per l’emigrazione comunica ufficialmente le stesse notizie sulla crisi, sconsigliando l’emigrazione perchè vi sono ora centoventimila disoccupati nell’Argentina. Ho detto che Buenos Aires ha una vita artificiosa che assorbe le ricchezze del paese e che inutilizza quasi un quarto della popolazione. Ed ecco che cosa dice nel numero del 2 marzo un giornale argentino su questo argomento:

« Si sta facendo una vera mistificazione della prosperità del paese, prendendo come base dello stato economico e sociale della Repubblica la metropoli argentina.

« Tutto è una mistificazione.

« La grandiosità della capitale contrasta con l’esistenza miserabile che trascinano le provincie, e poi la sua vita di lavoro e di attività non è propria, perchè capitali, braccia, intelligenze e sforzi sono genuinamente stranieri, si debbono al capitale inglese, al braccio italiano, alla iniziativa degli uomini di tutte le nazioni che sono venuti a popolare questa terra, a convertire in fertili pianure le deserte pampas, ad ammassare col sudore della loro fronte le basi del presente e a marcarci la via dell’avvenire.

« Gli ospiti illustri che arrivano a Buenos Aires dovrebbero essere strappati dall’aspetto seducente della metropoli, e condotti nelle provincie, perchè possano formarsi un concetto esatto di ciò che è la Repubblica Argentina, politicamente, socialmente, economicamente; si dovrebbe far loro percorrere la campagna e mostrar loro la miseria che vi domina, la fame che fa bagnare di lacrime le misere abitazioni, l’abbandono che regna nelle amministrazioni.

« Bisognerebbe indicar loro la verità, e la verità non si rivela nelle immense avenues, nei superbi palazzi, nei comodi alberghi, nell’ambiente aristocratico dei clubs, fra lo sciampagna e i doppieri.

« Passino i limiti della capitale federale gli stranieri che ci visitano, se vogliono studiare il vero aspetto nazionale, se vogliono convincersi che questo è un paese senza libertà, senza morale, senza amministrazione e senza giustizia. »

Ho scritto che il così detto Hôtel de inmigrantes, dove albergano i nostri poveri connazionali che sbarcano laggiù in cerca di lavoro, è un immondo lazzaretto della miseria, lurido come un canile. Il giornale La Nacion un mese dopo scriveva: