In queste ridicole accuse che insultano in blocco la migliore parte del giornalismo europeo, colpevole solo di aver raccolto un po’ di verità—la quale ha pur sempre le gambe più lunghe della bugia—di quella verità che la Prensa non nasconde, vi è uno strano e mostruoso miscuglio di orgoglio cieco e di palese malafede.
All’estero non si deve parlare dell’Argentina se non per lodarla ed adularla ad ogni costo. È un vecchio costume, al quale il paese ha l’abitudine.
Soltanto i giornalisti argentini hanno il diritto di « osservare tutti i dettagli in relazione con la vita nazionale »—ha proclamato la Prensa in un articolo insolente che era indirettamente dedicato a me. E un altro giorno, lavando la testa al Temps, ha ripetuto: « Noi abbiamo il diritto di tollerare i nostri errori e di accogliere gli apprezzamenti della stampa nazionale, perchè sono i nostri proprî interessi che discutiamo con l’ampio diritto di cittadinanza, e con il merito di provati servizî ad una nobile causa; però, quando si tratta di giornali stranieri che debbono mantenersi estranei ai dettagli delle passioni delle altre nazioni, la missione del giornalismo argentino è altra... »
Ah! no!
Quando anche non fosse un diritto innegabile del giornalismo la serena critica di tutto quanto interessa l’umanità, se anche non fosse un suo sacrosanto dovere il desiderio del bene in qualsiasi luogo dove vivono uomini, e la persecuzione del male sotto tutte le latitudini e in ogni suo rifugio, anche se occorresse questo diritto di cittadinanza per interessarsi a ciò che voi chiamate i dettagli delle vostre passioni, ebbene noi potremmo parlare, perchè noi questo diritto di cittadinanza lo abbiamo!
Pensate che vi è più d’un milione d’italiani nell’Argentina, e che più della metà degli abitanti è di sangue italiano. Le nostre braccia sono invitate anche ora che, a centinaia di migliaia, altre braccia laggiù penzolano inerti lungo i fianchi con l’abbandono della disperazione. Abbiamo il dovere di vedere che cosa avviene di questo esercito di nostri lavoratori che abbandona la Patria per dare l’immensa sua forza ad un altro paese.
Noi abbiamo come voi, giornalisti argentini, il diritto di additare e studiare nelle loro origini e nel loro sviluppo le gravi malattie del vostro paese, perchè quanto voi, se non di più, noi ne desideriamo la guarigione.
Nessuno più sinceramente degli italiani può augurare al paese, che alcuni chiamano la Giovane Italia, quel completo risanamento morale, politico ed economico, che solo potrà sollevarlo dalle sue sciagure, e che gli darà finalmente la forza di occupare il posto che per le sue latenti energie si merita.
Purtroppo non ho ancora esposto che una parte dei mali, e prima di occuparmi diffusamente delle condizioni e dell’opera degli italiani, dovrò consacrare parecchie lettere alla descrizione talvolta dolorosa, ma sempre necessaria dell’ambiente nel quale i nostri connazionali esplicano la loro attività.
Non è col tacere o col mentire, perpetuando equivoci, errori e disinganni, che si può giungere al bene! È per questo che io continuo la mia via con la serena coscienza di compire un dovere.