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Gli escandalos judiciales, sia pure di questi ultimi mesi, formano un’imponente raccolta di cose orribili e talvolta amene. Nelle provincie la vendita della giustizia è una cosa purtroppo non rara. Qualche giudice ha delle trovate originali in questioni di... affari; uno domandò all’avvocato della parte favorita alcune monete per un amico numismatico, al quale mancavano precisamente sette aguilas nord-americane d’oro (settecento lire) alla sua collezione. Vi sono anche dei giudici che si fanno pagare dalle due parti: la giustizia al migliore offerente. Fra tutti, eccovi un caso che fa pensare ad un intreccio da pochade. Un italiano che vive a Serodino—presso Rosario—e che chiameremo con la sua iniziale V., ha comperato da un altro italiano una trebbiatrice, la quale però è perseguitata da un mandato di sequestro, come un cassiere in fuga. Un curatore si presenta a Serodino per fare eseguire il sequestro; ma il Giudice di Pace della colonia, pagato dal V., si rifiuta di eseguirlo, dando così tempo al V. di correre a Rosario, di presentarsi in compagnia del suo avvocato al giudice L., che aveva spiccato l’ordine di sequestro, e di ottenere la revoca mediante il pagamento di cento pesos. Il curatore, informato dell’accaduto dal segretario del giudice, corre alla sua volta dal magistrato, paga duecento pesos e si fa spiccare un secondo decreto di sequestro, revocante la revoca. Seguite bene l’intreccio. Il segretario del giudice telegrafa immediatamente a Serodino al V., informandolo, e questi si precipita a pagare trecento pesos ottenendo una seconda revoca. Qui incomincia il fantastico. Il curatore, con un crescendo che il valore della macchina giustifica (6000 pesos) aumenta la somma e ottiene un nuovo ordine di sequestro che... viene revocato dietro il pagamento di mille pesos. Forse la cosa non sarebbe finita qui e il giudice avrebbe terminato per intascarsi la trebbiatrice se il V. non avesse avuto l’idea felice d’associare agli utili della trebbiatura un argentino influente, e, si capisce, non s’è parlato più di sequestri.

Una tale corruzione, se è in certo modo spiegabile nei Giudici di Pace, che hanno un periodo di carica limitato ad un anno, rinnovabile, e che sono senza stipendio—è vero che per legge dovrebbero essere scelti fra i più ricchi e i più onorati cittadini!—è assolutamente incomprensibile negli altri giudici i cui stipendî, che si parla di aumentare, variano sui mille e cento, mille e duecento, mille e cinquecento pesos al mese (2750, 3000, 3750 lire circa al mese). Le cause vanno ricercate dunque non nelle circostanze, ma negli uomini. È la coscienza che si è modificata. Le colpe e i delitti sono guardati con occhio soverchiamente benigno.

Assassini volgarissimi sono assolti per poco che godano d’influenze nel mondo politico. O almeno sono rilasciati ad una libertà provvisoria che dura a vita d’uomo, e i loro processi vengono sospesi nel purgatorio degli archivî. Da un’inchiesta del Ministero della Giustizia risulta che a Buenos Aires—dove funzionano una giustizia senza paragoni migliore di quella delle provincie, ed una polizia che laggiù dicono la premiera del mundo:—sopra ogni cento delitti ne vanno impuniti ottantotto! E cioè: trenta colpevoli non sono arrestati affatto; degli arrestati quarantotto sono rilasciati per ordine dei giudici d’istruzione; dei ventidue che rimangono, dieci sono assolti dai tribunali e non rimangono puniti che... dodici colpevoli, a pene del resto quasi sempre benigne se non si tratta di stranieri. (Dal Diario del 23 marzo ’99 e dall’ultima pubblicazione del senatore Agostino Alvarez sulla politica argentina).

Figuriamoci che cosa avviene fuori della capitale!

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E la necessità d’una sana e rigida giustizia non è in nessun luogo così fortemente sentita come in quei paesi giovani, spinti avanti dal rapido accrescimento della operosa popolazione dovuto all’emigrazione, dove tutti gli appetiti si risvegliano nel tumultuoso periodo dello sviluppo, dove la lotta per la fortuna prende forme violentissime, dove gl’interessi e le passioni scatenano nella mobile società—come il maestrale nell’Oceano—tutte le tempeste dell’umana malvagità. Nel Far-West nord americano, quando il miraggio della fortuna vi attirò tutto un popolo di avventurieri pronti al delitto prima che quella società avesse affidato la sua difesa ad una giustizia organizzata, nacque la legge di Lynch; la società si difendeva da sè.

La criminalità nell’Argentina non è frenata dai rigori della giustizia, nè da quelli della società.

La società è clemente verso la colpa; « noi succhiamo nascendo un latte di clemenza »—ha scritto l’Alvarez. Nelle campagne ammazzare si dice una desgracia; ma, intendiamoci, non è una disgrazia per chi ci rimette la pelle, ma per l’assassino. C’è chi ha, poveretto, molte... disgrazie sulla coscienza. Questi uomini si chiamano « uomini d’azione ». Tutto questo si spiega. È troppo fresco nella memoria il ricordo del periodo sanguinoso dei Facundo, dei Frate, dei Chacho, del tiranno Rosas, a petto ai quali i nostri capitani di ventura erano delle signorine sentimentali, periodo che potrebbe chiamarsi il medioevo argentino. E le stragi degl’indiani, le sanguinose guerre civili sono ancora nella mente del popolo. E poi il sangue argentino è sangue andaluso con un pochetto di sangue indiano, e perciò l’argentino è cortese, cavalleresco, generoso forse anche, ma bene spesso impetuoso e violento. « Nell’Argentina dall’epoca dell’indipendenza nessuna infermità ha distrutto più popolazione »—ha scritto l’Alvarez—« di quella che Chamfort chiamava la fraternità di Caino; il revolver e il pugnale sono endemici, e per un niente s’ammazza, come vuole l’uso criollo. » La rivoltella è nelle tasche di tutti. « È poco che in un ballo al quale erano convitati alti personaggi »—ha scritto un giorno la Nacion—« un diplomatico straniero espresse la sua sorpresa nel sapere che molti invitati avevano lasciato le loro rivoltelle al guardaroba, come se uscendo temessero un’imboscata, o preparassero una cospirazione. »

Il male è che spesso sono dei nostri connazionali le vittime della « fraternità di Caino » e potrei citare molti, troppi casi d’italiani uccisi impunemente, talvolta senza ragione, per brutalità, se non per un semplice esercizio di tiro al blanco—come ultimamente è avvenuto in una colonia di Santa Fè, dove un gaucho ha ammazzato un giovane italiano per provare un Winchester nuovo. Una madre italiana con i suoi cinque bambini sono stati trucidati da un criollo presso Bahia Blanca, alcuni mesi fa, e un giornale argentino, che pubblicava la fotografia orribile delle vittime accatastate nel disordine tragico della morte, scriveva: « il colpevole cadrà domani in mano della giustizia per essere posto in libertà per l’influenza d’un caudillo elettorale o per la sensibilità dei giudici. » Un fatto analogo è avvenuto a Raffaela nella sera del 20 settembre passato; due italiani vennero assassinati a tradimento nel loro negoziuccio di almaceneros a scopo di furto, e i colpevoli, due gauchos, sono già liberi. Per un altro fatto consimile il ministro d’Italia, che domandava la ricerca e la punizione dei colpevoli, si sentì rispondere che la Giustizia nelle provincie è autonoma. È ancora vivo a Buenos Aires il ricordo dell’assassinio d’un povero lustrascarpe italiano compiuto dal figlio di un senatore, e quello di un distinto giovane italiano ammazzato a colpi di revolver sulla poltrona d’un teatro. Gli autori rimasero impuniti.