Il primo sintomo caratteristico della malattia del lusso, lo straniero l’osserva appena sbarcato, prima di vedere e sapere nulla, niente altro che allo scorgere il modo con il quale l’argentino porta in tasca il suo denaro. Noi abbiamo la meschina abitudine del portafoglio che, se i borsaioli lo rispettano, serve a conservare i nostri biglietti di banca ben piegati e classificati. Qui il portafoglio per il denaro è una gretteria che fa sorridere di disprezzo fin l’ultimo almacenero; l’argentino porta la sua carta monetata insaccata nelle tasche dei pantaloni. Qualunque somma è portata così, come il fazzoletto. Per pagare si tira fuori un pugno di biglietti, se ne getta uno tutto spiegazzato al venditore con un’inimitabile aria di disdegno, e si ripone il resto con noncuranza nella solita tasca, picchiandoci sopra un colpetto per diminuirne il volume.

Questa strana ostentazione di disprezzo per il denaro, forma una caratteristica argentina veramente rivelatrice. È una questione di amor proprio, di orgoglio curiosamente sentito; in fondo è una contraddizione patente che costa molto e che forma da sola una delle principali spese di lusso. Non si guarda alla spesa purchè il gesto sia bello. C’è sempre una certa ricerca dell’effetto. Ho visto una sera in un caffè a Buenos Aires un giovanotto, un compadrito (teppista elegante), il quale, ferito alla testa da una bastonata consegnatagli da un suo buon amico, si asciugava la ferita con biglietti da un peso—i più correnti—che gettava via insanguinati, e questo perchè non aveva un fazzoletto. Era sublime; ma certo quel bravo ragazzo avrebbe semplicemente domandato una salvietta al cameriere se nessuno fosse stato lì a guardarlo.

Al caffè, al restaurant, se si è in un gruppo di amici, è sempre uno che paga per tutti, per legge inviolabile. Si va al teatro in comitiva? Chi è più vicino allo sportello dei biglietti compera le poltrone, gl’ingressi, i programmi per tutti; e guai allo straniero che tenta il modesto rimborso. Il più umile impiegato della municipalità pone le mani in tasca con l’aria di un Grande di Spagna; salvo poi, tornando a casa solo, a fare i conti sotto un lampione di quanto costa la grandiosità.

Ho cominciato dall’accennare a queste minuzie perchè sono sintomatiche, e fanno già comprendere il carattere del lusso argentino. Non è il lusso d’un paese che col migliorare delle sue condizioni economiche sente aumentare i bisogni e si adatta progressivamente ad un maggiore comfort; il raffinamento della sensibilità in un popolo ha un processo molto lento, e la prosperità argentina sorse in pochi anni d’affari tumultuosi. È il lusso sterile di chi spende per spendere, per « figurare », di chi poco conosce il costo del denaro; ed è il lusso più pericoloso perchè non ha una norma fissata dal livello dell’intellettualità del popolo, la quale ha un limite, ma è invece regolato dall’ambizione e dallo snob che non hanno limiti.

La conseguenza principale—dal nostro punto di vista di stranieri cointeressati—è uno sperpero inutile d’enormi ricchezze, il quale fatalmente non può non indebolire le resistenze morali alla corruzione. Ricercando le cause dei mali argentini, per i quali tanti italiani soffrono, non possiamo tralasciare il lusso, e tutto quanto il lusso si trascina appresso, le cui conseguenze materiali e morali sono vaste e profonde.

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Il lusso infesta tutti i campi, come una splendida ortica, e vegeta persino sul bilancio di Buenos Aires. La Capitale si comporta come una signora un po’ civetta, la quale comperi un cappellino che costa un occhio a chi.... lo paga, per la sola ragione che qualche amica ne ha comperato un altro. Si fanno boulevards perfettamente inutili perchè Parigi ne ha; si creano parchi e giardini dispensabilissimi per non essere al di sotto delle grandi capitali; si gettano milioni in un giardino zoologico, dove le scimmie abitano villini arabi e i leoni dimorano in tempî greci, solo per poter dire che il Zoo di Londra non è così bello; facendo un grande serbatoio d’acqua potabile si è voluto che la costruzione rappresentasse un grandiosissimo palazzo del rinascimento francese, tutto ricoperto di maioliche inglesi, spendendo due milioni e mezzo per la pura e semplice ornamentazione. Non si è mai pensato che tutta la popolazione dell’Argentina non arriva a cinque milioni e che un popolo di cinque milioni deve spendere un poco meno di quelli sette o otto volte più grandi; si è detto e scritto che Buenos Aires avendo quadruplicato il numero dei suoi abitanti in ventotto anni, « raddoppia di popolazione ogni quattordici anni », e non si è pensato all’assurdo di una tale premessa, secondo la quale fra cinquanta anni Buenos Aires dovrebbe avere dieci milioni di abitanti. Si è speso sempre basandosi sul fantastico, ipotecando un lungo avvenire, senza far mai i conti con le risorse del paese, ripetendo eternamente che il paese è vasto e ricco e che pagherà tutto. L’importante è che Buenos Aires mantenga il suo posto di « segunda ciudad latina del mundo »—la prima, si sa, è Parigi—e poco preme che le finanze si rovinino, che i debiti crescano in proporzioni spaventose. Nulla importa purchè « il gesto sia bello »! La collettività fa lo stesso lusso dell’individuo, sterile, inutile lusso, in modo assurdo e sproporzionato alla potenza finanziaria del paese.

L’apparenza è tutto. Quel serbatoio d’acqua potabile diventa quasi un simbolo: il simbolo della esteriorità argentina. Un ricchissimo sfarzoso castello scintillante di ceramiche policrome, all’esterno; all’interno... acqua potabile!

Non si fa del lusso in proporzione a ciò che si è, ma a ciò che si vuol parere; lusso esagerato negli edifici, negli arredi, negli abiti, in ogni cosa. Non si ha idea, per esempio, delle somme che si spendono laggiù per le toilettes. La stagione dell’Opera viene preventivata venti o trentamila pesos nelle famiglie della buona società. Nei negozî principali di mode si ottengono delle rivelazioni interessanti sulle spese femminili. Conti di quaranta e cinquantamila pesos sono pagati correntemente dalle signore, cioè volevo dire dai mariti, dell’aristocrazia portegna. Tutto quanto è moda costa caro perchè tutto è importato. Parigi, questa fata morgana dell’Argentina elegante, assorbe per le sue mode e i suoi gingilli, in proporzione, due volte e mezza più di ricchezza dal Sud che dal Nord-America. Ah! quella Parigi si è fatta una gran clientela di repubbliche, esportando i diritti dell’uomo e poi i.... cappellini della donna!

Non parliamo di quanto si spende in feste, feste pubbliche, private, religiose, di beneficenza; non parliamo del lusso nei clubs, nei teatri, in ogni dove. Vi è in tutto questo qualche cosa d’una immensa mise en scene; si sente il fittizio.