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L’emigrazione nostra, così com’è, fa pensare all’esportazione d’una materia prima destinata ad essere trasformata ed adoperata. Subisce tutte le influenze senza resistere perchè è ignorante, cioè debole, e miserrima, cioè disarmata. In queste condizioni appena giunge ad immettersi nella nuova società, ne occupa l’infimo posto, ossia il più disprezzato. Laggiù nella scala delle posizioni sociali vi è un gradino di più, in basso: dopo il povero viene l’immigrante. Esso è più povero del povero nella conoscenza dell’ambiente e delle condizioni della sua nuova vita. Esso non potrà elevarsi che col lavoro, la sobrietà ed il risparmio. Questo significa che sarà costretto ad una vita di sacrificî, di gretterie e di umiliazioni, la quale, in mezzo al lusso dell’ambiente argentino e alla grandiosità dissipatrice dei « figli del paese », formerà un contrasto stridente che porrà l’emigrante sotto una luce ancora più dispregevole.
Osserviamo un emigrante qualunque, un emigrante « tipo »—piemontese o calabrese, poco importa—che arriva dal suo campo in cerca della fortuna. È umile per necessità, timido per ignoranza, si presta ad essere sfruttato e malmenato in silenzio perchè non conosce i suoi diritti—del resto comprende ben presto che il reclamare per i torti ricevuti è inutile, se non rovinoso, e che egli è solo e abbandonato.—Egli ammira tutto perchè nulla ha visto mai. Ciò che è diverso per lui è migliore. Conserverà della Patria una nostalgia istintiva, l’amore per i luoghi ove si è nati, quell’amore che il tempo ed i ricordi rendono sempre più dolce: amerà ricordarla, ma più andrà avanti con gli anni e meno conoscerà la vera grandezza e le glorie del suo Paese, perchè nella sua mente l’idea della Madre Patria non sarà altro che l’idea del suo passato. Vedrà lontano una casupola, un villaggio, una valletta; la sua casa, il suo villaggio, la sua valle. Quella è l’Italia; tutto il resto è vago, incompreso, indefinito. Talvolta si accorge che la sua qualità di straniero lo esclude da mille benefizî, lo priva di garanzie e di diritti; si trova come un veltro estraneo alla muta che lo guarda bieca e ringhiosa intorno alla curée. Allora, raramente, ma non troppo, e se i suoi mezzi e la sua posizione lo permettono, cerca di cambiar manto, di rendersi più simile che sia possibile ai fortunati, cerca di cancellare le traccie di italianità che gli sono rimaste, e comincia dal modificare il proprio nome. Si chiama Chiesa si cambia in Iglesia; se si chiama Speroni si trasforma in Espuelas; e si vede così un Montagna divenire señor Montaña, un Bibolini cambiarsi in Bibolian.—Disgraziatamente non mancano esempî!
Questo emigrante sarà doppiamente prezioso per il paese che lo acquista, ma quale sostegno potrà essere al nostro prestigio nazionale?
Quanto dico è amaro a dirsi, ma più amaro ancora a tacersi. Del resto, la causa di questi mali è qui, è in Italia, ed in Italia soltanto può esservi la cura.
L’animo del nostro paese è rimasto estraneo all’emigrazione; questa non rappresenta l’espansione d’un organismo esuberante di vitalità, ma piuttosto un male specializzato d’una sua parte. Essa non ci ha preoccupato che di tanto in tanto per un sentimento umanitario, e niente più. Non abbiamo pensato a sorreggerla, a dirigerla, a illuminarla. L’emigrazione nostra è come sangue vivo sgorgante dalla piaga incurata della nostra miseria e della nostra ignoranza. La piaga è vecchia e non ci dà dolore, e poco ci curiamo se questo po’ di sangue nostro cade, si disperde, va a male. Non abbiamo veduto tutto il buono e tutto il cattivo che dalla nostra emigrazione poteva venire. Ben altrimenti dovevamo invigilarla e proteggerla, farle sentire lo sguardo della Madre Patria fiso sopra di lei; darle un ampio stato maggiore d’intelligenti.
Dalla Germania, dall’Inghilterra emigrano masse di giovani che escono da scuole create apposta per aprire gli occhi, che si sparpagliano per il mondo a battere sempre nuove vie per dove in breve s’incanalano i commerci delle loro patrie, delle quali così s’aumenta il prestigio e la potenza ovunque. Nuove regioni sono sondate, studiate, e ad esse dirette le masse emigratrici nella proporzione e nella composizione necessarie.
I rarissimi giovani colti frammisti all’emigrazione italiana, non partono ordinariamente—salvo onorevoli eccezioni—che quando vedono fallito l’ultimo tentativo per ottenere un umile impiego, sia pure a mille e cento. Vanno senza idee, senza progetti, senza appoggi e senza mezzi, travolti nel turbine della miseria, e privi perciò di quella grande forza che è l’indipendenza. Talvolta cadono per non rialzarsi più, talora invece riescono a formarsi una posizione; ma imparano laggiù, alla scuola della vita, quanto il paese nativo non s’è curato d’insegnar loro, ed è naturale che si modifichino, che si adattino all’ambiente; non possono serbarsi italianamente puri, e nello istesso tempo lottare per il pane in un ambiente dove sentono l’ostilità mordente, sorda, continua e tenace contro lo straniero.
Nessun uomo può rinunziare allo spirito di conservazione. L’emigrazione italiana ha perciò poche guide e pochi esempî, e viene a mancare così di quella mirabile coesione che è la caratteristica di altre emigrazioni.
Aggiungete la impunità che la cattiva giustizia assicura così spesso al « figlio del paese » quando commette reati a danno d’italiani—i quali sopportano tutto in espiazione di quel peccato originale che è l’essere gringo—aggiungete l’inazione diplomatica che lascia i nostri connazionali esposti all’arbitrio, al sopruso e alla brutalità, ed avrete un’idea della posizione forzatamente umile dell’emigrato italiano.