È per questo che noi laggiù non abbiamo sempre troppa fierezza, e non facciamo mostra di un’eccessiva dignità nazionale. Un anno e mezzo fa, poco tempo dopo che al Brasile si era data una sanguinosa caccia all’Italiano—pagata poi con un po’ di denaro, senza nessuna soddisfazione per la bandiera italiana che la folla aveva oltraggiato trascinandola nel fango—il Presidente del Brasile, Campos Salles, si è recato a Buenos Aires. Moltissime Società italiane con bandiera e musica andarono a riceverlo, qualcuna di quelle Società diede persino feste in suo onore, e alla sera le facciate delle sedi sociali furono illuminate. Un ricco signore italiano giunse persino ad offrire la sua casa per ospitarvi il Presidente brasiliano, offerta che, si capisce, venne senza indugio accettata. E come questo, troppi altri « omaggi » inconsiderati rendiamo. In tutto ciò vi è molta ingenuità, molta incoscienza, desiderio di far cosa gradita, entusiasmo impulsivo e incoerente. Siamo latini anche noi; una bandiera spiegata e un festone di lampadine elettriche bastano spesso a farci gridare evviva. C’è il buon cuore, il cuore italiano, perchè con quello si nasce e si muore, ma non c’è il carattere italiano, perchè il carattere si forma; e, disgraziatamente, in Italia non è popolarizzato il mistero della sua formazione. Le nostre masse povere che emigrano sono moralmente amorfe.
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I danni che a noi derivano da questa emigrazione sono materiali e morali. I materiali: l’Italia che ha nell’Argentina più d’un milione dei suoi figli—ossia un quarto della popolazione della Repubblica—non contando i loro discendenti, non occupa nell’importazione di quel paese che il quarto posto, e il settimo nell’esportazione. I danni morali sono molto più gravi: laggiù si giudica del nostro paese in base all’emigrazione.
Gli Argentini stimano la Spagna perchè ne sono figli, l’Inghilterra perchè ne sono debitori, la Francia perchè ne sono satelliti, la Germania perchè ne sono clienti, gli Stati Uniti perchè ne sono ammiratori e imitatori. Dell’Italia sanno poco (la coltura storica e artistica non è in verità il loro forte), fuorchè essa manda laggiù bastimenti carichi di suoi figli, attivi, infaticabili, preziosi, sì, ma poveri e umili, due qualità straordinariamente disprezzabili, specialmente in un paese dove il denaro e l’orgoglio sono tutto. L’Italia è generalmente raffigurata dalla massa criolla come un paese di affamati, saturo di popolazione—quasi una piccola Cina—che ha bisogno di tendere la mano alla ricca e progredita America. Basta vedere le allegorie politiche dei giornali illustrati, nelle quali v’entri l’Italia, per capire, niente altro che dal gesto di magnifica protezione dell’Argentina verso l’Italia più piccina di lei, quale è il pensiero di quella gente, sui rapporti dei due paesi.
Ricordo che un giorno il direttore del più popolare giornale della sera, parlando con me di politica europea, mi sosteneva col massimo convincimento che l’Italia deve l’essersi salvata dalla crisi economica, di recente e dolorosa memoria, precisamente all’... Argentina. L’Argentina ci avrebbe salvato prima portandoci via dei disoccupati e degli affamati che avrebbero fatto la rivoluzione, poi economicamente con i... risparmî mandati a casa dagli emigranti e con lo sbocco dato ai nostri prodotti. L’egregio direttore ripeteva ciò che in più occasioni aveva scritto e ciò che la massa dei suoi lettori pensa.
Un giovanotto della migliore società bonearense, di ritorno da un viaggio in Europa, o meglio a Parigi, rispondendo ad un amico mio che gli vantava la vita napoletana, al sentire la parola paseos—passeggi—esclamò, con un sorriso indescrivibile:
—Caramba, me abria gustado ver los napolitanos in coche!—Perbacco, mi sarebbe piaciuto vedere dei napoletani in carrozza!
Un altro aneddoto ancora più caratteristico. Il figlio d’un ministro argentino si trovava a Napoli con un amico italiano, ora stimatissimo professore di latino a Buenos Aires, e passeggiando per la città, meravigliato del concorso elegante, esclamò:—Ma qua sono tutti stranieri!—L’amico rispose distrattamente che ci sono sempre molti stranieri a Napoli. Alia sera, al San Carlo, il figlio del ministro non si era ancora seduto nella sua poltrona, che girando lo sguardo sorpreso intorno alla sala ripetè:
—Però todos, todos estranjeros!
—Ah, no!—rispose l’amico comprendendo finalmente—sono napoletani, tutti napoletani, che Dio ti benedica!