La sua mente non concepiva dei napoletani in abito nero e delle napoletane in décolletée e brillanti, riuniti in una splendida sala da teatro. Per lui, come per la maggiorità de’ suoi concittadini, « napolitano » era quasi sinonimo di venditore ambulante, di lustrascarpe e di spazzaturaio.

È facile immaginare quanto questa, diciamo così, poca considerazione dei nativi contribuisca a deprimere maggiormente il morale del nostro emigrante. L’Argentino, per la sua natura spagnolesca—che sotto certi aspetti può anche avere alcunchè di simpatico—è superlativamente orgoglioso, e convinto della sua indiscutibile superiorità sopra tutti gli altri umani dell’universo—ed è abituato a sentirselo dire. Anche nelle sue dimostrazioni di amicizia e di simpatia vi è sempre un’aria di degnazione, di protezione; nella sua cordialità c’è della benevolenza; si pone a vos ordenes per una forma di squisita e cavalleresca educazione, ma non riconosce nè ordenesdeseos se la sua vanità non è solleticata; egli può concedere, mai cedere. Nelle transazioni fra uno straniero e un « figlio del paese » vi è sempre il carattere di transazioni fra inferiore e superiore, anche se avvolti nel velo soave di una educazione inappuntabile. Per di più, se gli argentini colti, quelli che formano la minoranza dirigente, sentono nella prosperità in cui vivono i vantaggi incalcolabili della nostra emigrazione, e la desiderano e la provocano, la massa povera criolla, quella che vive disseminata nella campagna, ne sente invece i danni. Una volta era padrona della Pampa, che la nutriva senza la dolorosa necessità del lavoro. Ora, dove è l’italiano enlazare un bue diventa un furto; il colono difende i frutti del suo lavoro, e il gaucho è costretto per vivere a lavorare nell’estancias qualche mese dell’anno; ciò offende la sua dignità. Egli ha rancore contro il gringo, e di quando in quando all’occasione si vendica a colpi di rivoltella, troppo spesso impunito.

La situazione dei lavoratori italiani, specialmente nei campi, è in certo modo simile a quella degli ebrei in alcune nazioni d’Europa, i quali fanno liberamente i loro affari, ma un’ostilità blanda e latente li circonda. Alla prima occasione si sentono gridare in faccia la parola « ebreo » come un’ingiuria. Laggiù si grida: gringo.

L’italiano si chiama gringo, un vocabolo dispregiativo, che non ha la traduzione. Non se ne sa nemmeno l’origine: alcuni credono che venga da griego-greco. Parrebbe che una volta, in uno dei primi anni del secolo passato, sbarcasse al Plata una comitiva di cavalieri d’industria greci, che rubarono mezzo mondo e poi presero il largo. Da allora si sarebbero chiamati griegos gli stranieri, quasi come per dirsi:—In guardia amico!—Da griego gringo; e questo appellativo è restato quasi esclusivamente sulle spalle degli Italiani. Non sono molti anni che rappresentava un’ingiuria mortale, ma poi i gringos sono diventati tanti che la parola ha perduto molto dell’acerbo significato, restando una semplice espressione disprezzante, come potrebbe essere da noi il vocabolo « stranieraccio ». In forma amichevole gringo si cambia in gringuito. Spesso invece è seguito da un immondo qualificativo decentemente intraducibile e pure tanto comune laggiù, che pare non abbia altro scopo che di riportare la parola gringo all’antico ingiurioso significato.

Un argentino si offende se viene chiamato gringo. Tutti gl’Italiani indistintamente sono gringos. L’appellativo è usato correntemente. Dei gringos il più dispregiato è il tano. Tano è la corruzione di « napoletano ». Tutti i meridionali sono « tani ». Questa parola non è molto usata nelle classi decentes; se ne fa abuso nel volgo, specialmente della campagna. Siccome i poveri emigranti meridionali, calabresi, abruzzesi, napoletani, siciliani, sono i più miseri e i più incolti, la parola tano poco a poco è venuta a designare l’ultimo gradino dell’umiltà umana. Dire tano è come dire « miserabile! » Di questa parola non esiste un vezzeggiativo in tanito: tano è sempre dispregiativo assoluto. L’Argentino irritato vi dice in faccia gringo: irato vi grida tano. Ciò significa che le parole equivalenti a italiano e napoletano occupano un posto nel vocabolario delle ingiurie. E il nostro orgoglio non ne può essere lusingato.

Nel teatro criollo, che è una derivazione recente dell’antico teatro spagnolo, s incontra spesso il tano. Come in tutti i teatri primitivi i caratteri dei personaggi rimangono stereotipati attraverso le diverse commedie, formando quasi delle maschere; fra queste maschere il tano fornisce il diversivo allegro: è burlato da tutti, parla a strafalcioni; è un po’ il « servo sciocco » delle antiche scene italiane, ma più servo e più sciocco, per di più ladro e.... bastonato. Questo solo basterebbe a farci comprendere la strana depressione del nostro prestigio.

***

Fra chi è nato al di qua e chi è nato al di là dell’Atlantico v’è una barriera invisibile che l’Argentino sente e apprezza; ed attribuisce alla propria generosità e alla propria bontà il non farla sempre valere. Esso si ammira in buona fede; dice e scrive in fondo in fondo così: « tutta questa gente moriva di fame nel suo paese, è venuta qua, ed io non la scaccio; come sono buono, generoso, ospitale! » Tutti hanno interesse di ripetergli in coro « come siete buono, generoso, ospitale! »—e la barriera invisibile persiste minacciosa.

Oh! facciamo una buona volta i calcoli di questa ospitalità generosa, vediamo da quale parte sono gli utili maggiori, immaginiamo che cosa sarebbe quel paese senza di noi, ed osserviamo ciò che è; vediamo chi crea la sua ricchezza, vediamo chi produce e chi spende, chi suda e chi gode, chi fa e chi disfà. Smettiamo di mentire, perchè la nostra dignità ne ha sofferto abbastanza.

Il nostro lavoro è richiesto: si domandano braccia.—« Che cosa guarirà mai la profonda crisi argentina? »—chiedevo un giorno al senatore Canè, uno dei più colti politici argentini.—« Non c’è che un rimedio: l’emigrazione »—mi rispose. Dunque da una parte si chiede l’emigrazione, dall’altra vi è la potenza di soddisfare la domanda. Si può ben trattare come parti contraenti, mettere delle condizioni, volere delle garanzie, pretendere un po’ di giustizia per i nostri poveri connazionali, in cambio della immensa forza che noi diamo, e che noi dovremmo dirigere.