UNA RECITA STRAORDINARIA.
Era già un anno che Cardello andava di paese in paese col burattinaio, partecipando alla buona e alla cattiva fortuna; giacchè non sempre gli affari procedevano felicemente. I cartelloni ornati dei pupazzetti di Pulcinella e di Tartaglia, l'andata attorno di Cardello—col camicione, il cappellaccio di feltro grigio e il tamburo su la pancia,—e della moglie di don Carmelo in maglia e veste corta, suonando la tromba—non riuscivano in certi posti a incuriosire la gente, ad affollarla alle rappresentazioni. Le seggiole da cinque soldi rimanevano vuote, o bisognava permettere che vi si sedessero gli straccioni, la marmaglia, come sprezzantemente li qualificava l'Orso peloso, e da cui non era possibile pretendere più di un misero soldo di entrata.
Una volta non sapendo a qual santo votarsi, don Carmelo aveva concepito la bella idea di una serata speciale pei signori, pei galantuomini che, non volendo mescolarsi con la bassa gente nel suo teatrino, vi lasciavano deserte le trenta seggiole da cinque soldi destinate per essi. Era andato a raccomandarsi al Sindaco, agli Assessori, ai Deputati del Casino di convegno…. Se non proteggevano loro un povero artista! E Sindaco, Assessori, Deputati lo avevano colmato di grandi promesse.
Cardello era stato incaricato di ridurre in pezzettini quattro quinterni di carta, e bollarli, mentre don Carmelo, con gli occhiali a cavalcioni sul naso, vi scriveva a grossi caratteri:
GRANDE SERATA TUTTA DA RIDERE
BALLO E CANTO.
—Domani sera dobbiamo farci onore! Vo' farli rimanere a bocca aperta. Che si credono questi signori? Doppia illuminazione. Tu e Cardello, alla porta, col vassoio sul tavolino tra due candelabri. Un bel sorriso e—Grazie.—Le lire e le mezze lire pioveranno abbondanti, e anche qualche fogliolino da cinque lire. Vorrei vedere che il Sindaco e gli Assessori…. E i signori del Casino!.. Sono dugento biglietti!—
Donna Lia e Cardello si guardavano negli occhi. La povera donna era guarita dalle febbri, ma ne portava ancora le tracce sul viso pallido e smunto. Da un pezzo, però, non più ricolmi piatti di vermicelli col sugo, nè larghe fette di stufato; e, raro, qualche bicchiere di vino riserbato soltanto a don Carmelo. Il quale però non mancava di prendere una sbornia alla taverna, con gli amici che lo invitavano e che ogni sera venivano a godersi gratis lo spettacolo, conducendovi mogli e figliuoli. Almeno servivano a riempire il teatrino!
Cardello era quasi irriconoscibile. Aveva preso l'aria del mestiere. S'era lasciato crescere la zazzera e portava su la nuca un vecchio berretto rosso da bersagliere con grave spavalderia. Già sapeva a memoria le parti di Peppe-Nappa e di Peppe-Nino, e n'era orgoglioso. E quando il popolino, sodisfatto e messo di buon umore, applaudiva e chiamava fuori quei personaggi, involontariamente, dietro la scena, mentre faceva ringraziare con belli inchini il pupazzo, s'inchinava anche lui, sorridendo; infine, quegli applausi e quelle chiamate andavano alla sua persona, alla sua abilità.
Ma in quel maledetto paesaccio dov'erano disgraziatamente capitati, gli zotici spettatori ridevano sì, ma non applaudivano, non chiamavano fuori Peppe-Nappa e Peppe-Nino; e questo teneva di cattivo umore Cardello che avea consigliato più volte al padrone: