Lo stanzone era già pieno zeppo, e il popolino tumultuava vedendo ritardare l'alzata del sipario. A un cenno di donna Lia, Cardello si mosse per avvertire don Carmelo di dar principio alla rappresentazione.

Lo trovò che bestemmiava sotto voce, staccando rabbiosamente dal grosso ferro che li reggeva Santa Genoeffa, il duca, il traditore, il bambino, la cerva e gli altri burattini. Li buttava da parte con mala grazia, uno su l'altro, non curandosi di acciaccarne le teste, di sgualcirne i vestiti, di ammaccarne le corazze, e gli elmi di latta.

—Dice donna Lia….—

Il povero Cardello non potè aggiungere altro, sopraffatto dalla valanga di improperi che don Carmelo pareva stritolasse tra i denti, facendo il miracolo di non urlarli ad alta voce, quantunque i rumori, i battiti di mano, le grida di—Fuori! Fuori!—scoppianti dalla sala avrebbero impedito di udirli anche se non brontolati a quel modo. Cardello ebbe un'ispirazione; si mise in bocca il fischio da Pulcinella e fece sentire uno strillo, una specie di risata o di ringhio caratteristico.

—Bravo!

—Se no non si chetavano,—disse Cardello, orgoglioso di vedersi approvato dal padrone.

E il sipario fu tirato su tra il profondo silenzio della sala. Cardello avea dovuto prendere in mano Tartaglia, mentre don Carmelo, situato nel centro, dietro il fondo, reggeva Pulcinella. Lo scenario rappresentava la sala del trono del duca di Brabante, e gli spettatori eran curiosi di sapere come mai Pulcinella e Tartaglia si trovassero là. Non meno curioso e ansioso di loro era Cardello, che non sapeva una sola parola di quel che avrebbe dovuto far dire a Tartaglia. Si tranquillò vedendo che don Carmelo si affrettava a fare le due parti ora parlando col fischio da Pulcinella, ora ingrossando la voce e tartagliando per conto dell'altro burattino.

TARTAGLIA. So… sono arri-arri arrivato in questa città e non co-conosco nessuno.

PULCINELLA. Città? Dite porcile! Io non vedo l'ora di scapparmene via.

TARTAGLIA. Pe-perchè?