—Sono del tempo dei Saraceni—diceva questi, intendendo di accennare all'epoca più remota ch'egli potesse concepire.—Bevevano poco costoro,—soggiunse:—se usavano questi fiaschetti col collo lungo.—
E rise.
Non rideva il Piemontese, a cui per la gioia della scoperta, erano diventati rossi infocati gli enormi orecchi.
—Scalza il terreno da quel lato, leggermente; io farò leva col palo da questo.—
All'urto del palo, la lastra si spezzava, affondandosi nella tomba e stritolando i vasetti che vi erano dentro.
Il Piemontese cominciò a bestemmiare nel suo dialetto; Cardello credeva così, non intendendo la sequela di countag! che gli scappavano di bocca, mentre egli rovistava tra il terriccio raccattando i pezzi, e tentando d'indovinare come avrebbero dovuto essere incollati. Il peso della lastra aveva spezzato i più fragili e i più belli: tre, di semplice e rozza terracotta, erano rimasti intatti.
—Ecco dei soldi,—esclamò Cardello, tirando fuori alcune monete di rame.
—Cerca bene; vi saranno altre monete.
E il Piemontese frugava intentamente anche lui, carponi, con la testa in giù quasi nel vuoto della tomba, buttando via le poche ossa che gli capitavano sotto mano, e ruzzolando per la china un teschio con tutti i denti, che fece dar uno sbalzo di paura a Cardello.
—E zitto, se ti domandano che cosa abbiamo trovato. Intanto porta via quei vasi!… Torna sùbito.