La sera si era buttato sul letto, sfinito, dopo aver mangiato soltanto due bocconi di pane con un po' di cacio, e bevuto un bicchierone d'acqua.
Avea dormito così profondamente che, svegliandosi, non si rammentava bene di quel che aveva fatto il giorno avanti; poi, in camicia e in mutande, scalzo, si era precipitato a corsa nella stanza del forno già freddato, e, quasi non respirando, con mani convulse, avea cavato fuori uno dei vasetti.
Rimase! Non credeva ai suoi occhi! Invece di verde scuro, macchiettato di nero, il vasetto era iridato, con riflessi di verde pallidissimo, con venature che, secondo la luce, apparivano di oro rosso cupo, cangianti. Fin l'incrinatura del collo era sparita sotto lo strato dello stagno!
L'altro vasetto e le due tazze, chi sa perchè?, erano riusciti meno belli; poche iridi, poche venature di oro rosso cangianti, e larghe chiazze di color cioccolata, e di grigio sporco. Cardello stette lunghe ore quasi in adorazione davanti al mirabile vasetto. Si figurava che il furbo Piemontese nel primo esperimento non avea voluto adoprare i medicamenti più costosi, contentandosi di ottenere quel colore verde scuro macchiettato di nero, tanto per persuadersi se sarebbe riuscito.
—Che dirà?—si domandava Cardello.
Ma la vista del vasetto lo consolava anticipatamente di tutte le sgridate, e anche dei possibili furori del Piemontese, che di ordinario era freddo, serio, ma, se montava in bestia, diventava proprio intrattabile.
Cardello si affrettò a far sparire ogni traccia delle operazioni fatte; buttò via la mistura dei medicamenti, ripose le boccette nella cassetta in modo che quegli non avesse potuto accorgersi sùbito che erano state adoprate; nascose i vasetti e le due tazze in un baule, e aspettando il ritorno del Piemontese si stringeva nelle spalle, ripetendo:
—Ormai!…—
E non poteva trattenersi dal soggiungere sorridendo di sodisfazione:
—Intanto il mio vasetto è assai più bello dei suoi!