Quindici giorni di angoscia! Si era sviluppato il tifo; Cardello sembrava una larva di uomo, dopo tante giornate e tante nottate passate a far l'infermiere, aiutato un po' da due operai incaricati di eseguire i servizi fuori di casa. Nei momenti in cui la febbre non gli offuscava la mente, il Piemontese seguiva con sguardi pieni di gratitudine Cardello che preparava la vescica di gomma col ghiaccio, le lenzuola da ricambiare, e badava a fargli prendere le medicine o ad apprestargli le limonate. Sorridendo, gli diceva:

—Povero Calogero! Povero Calogero!—

Da lì a poco, il delirio lo riprendeva:

—Come hai fatto?… Imbecille!… Dovevi notare le dosi!… Ma rammèntati dunque!… Hai preso questo preparato qui?… O quest'altro?—Non so! Non ci ho badato!—Lasciami vedere! Una meraviglia!—Non so! Non ci ho badato!—

Egli tentava di calmarlo, quasi il delirante potesse intendere ragione.

—Ah!… Rammenti dunque? Bravo! Bravo! La nostra fortuna è fatta! Non si è mai visto uno smalto simile. Il forno è acceso!… Che caldo! Soffoco! Tutti i rubinetti! Fatemeli schizzare addosso… Li ho messi in opera io… Dite al Sindaco che voglio tutta l'acqua per me… altrimenti… ecco… li schianto a uno a uno! Così! Così!

E agitava le braccia, facendo l'atto di schiantare i rubinetti, buttando via il lenzuolo che Cardello era pronto a rimettere al posto, tentando di rabbonirlo:

—Sissignore… Tutti e sette per lei… Il Sindaco ha dato il permesso… Stia fermo!

Era uno strazio!

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