Finalmente, al quattordicesimo giorno la crisi era superata. Il malato sembrava destarsi da lungo sonno.

Quando il dottore gli disse:—Avete avuto un infermiere maraviglioso!—il Piemontese prese Cardello per una mano e gliela strinse, esclamando commosso:

—Povero Calogero! Povero Calogero!—

E al povero Calogero venivano le lacrime agli occhi, non per quelle parole affettuose e per la gioia della convalescenza in cui entrava il padrone, ma, di nuovo, pel terrore che c'era mancato poco ch'egli non perdesse quel suo secondo padre, come lo chiamava, a cui voleva bene più del suo vero padre da lui appena conosciuto e del quale gli rimaneva soltanto un ricordo molto sbiadito e che andava affievolendosi ogni giorno più con l'andare degli anni.

Tutte le volte che, parlando del Piemontese o ragionandone da sè, gli accadeva di chiamarlo suo secondo padre, Cardello si metteva a ridere, pensando:

—Quanti secondi padri ho io avuti! Prima l'Orso peloso, poi il signor Decano; ora questo!—

E soggiungeva:

—Non ne voglio altri!—

Questa volta però, sentendosi stringere la mano, e udendo le affettuose parole: Povero Calogero!—pur provando il terrore del pericolo corso dal terzo secondo padre, e la gioia di vederlo salvo, Cardello non rise; ormai, per lui il Piemontese era l'unico e vero suo secondo padre!

Il giorno che il convalescente potè lasciare il letto, Cardello non riusciva a star fermo dalla contentezza. Saltava, come un bambino, per le stanze, si affacciava ai balconi, comunicava alle persone che passavano la lieta notizia.—Stavo per fartene una brutta assai!—gli diceva il Piemontese:—povero Calogero!