—Dica: Povero Cardello!—egli rispose:—come mi chiamavano al mio paese quando ero ragazzo.

—Perchè?

—Credo perchè ero vispo come un cardellino.

—Da ora in poi ti chiamerò Cardello anche io. Ti fa piacere?

—Certamente. Mi parrà di tornar ragazzo.

XII.

LA FORTUNA DI CARDELLO.

Il giorno in cui fu inaugurata la condotta dell'acqua, Cardello non stava nei panni.

Migliaia di persone attorno alla fonte in attesa di veder funzionare i sette rubinetti di rame che, ripuliti il giorno avanti da lui, luccicavano al sole quasi fossero di oro. Tutto il Municipio in gran gala, la banda con la nuova divisa, impennacchiata, che si sfiatava a suonare… E, al momento decisivo, marcia reale, appena l'acqua schizzò con violenza, limpida come cristallo, tra un gran urlo di: Viva! Viva! e infiniti bàttiti di mano. Era stato lui, Cardello, che aveva aperto l'ultima valvola, distante un centinaio di passi dalla fonte. E compiuta l'operazione, era corso a gridare: Viva! Viva! anch'esso e ad applaudire, pallido dalla gran commozione, a lato del Piemontese che riceveva congratulazioni da ogni parte. I carabinieri stentavano a trattenere la folla che si pigiava per tuffar le mani nella vasca, e i ragazzi che si davano spinte ed urtoni per essere tra i primi a riempire le quartare e portar a casa l'acqua nuova! Festa, delizia di paese assetato, e che pareva di essersi ora ubbriacato con la sola vista dell'acqua sospirata da tanti anni!

La gioia di tutta quella gente era stata però niente a confronto di quella di Cardello, a cui importava poco della sete altrui e che avea gridato Viva! Viva! e avea battuto furiosamente le mani unicamente pensando: "Ora daremo mano alla fabbrica!"