Egli aveva tale illimitata fiducia nell'abilità del Piemontese, da figurarsi che le pratiche per la compra del terreno avrebbero potuto condursi a termine in un paio di giorni. E quando vide che andavano per le lunghe, e quando apprese che per lo fornaci occorreva l'opera di un ingegnere pratico di quel genere di costruzioni, sentì uno scoraggiamento grande. Aveva avuto la fabbrica davanti agli occhi, come un miraggio, e così vicino che quasi gli sembrava di toccarla con le mani, e ora la vedeva indietreggiare e allontanarsi in fondo in fondo e dileguare, come al destarsi da un sogno.
Meno male che il Piemontese riprendeva intanto a fare nuovi saggi d'impasto della creta, e di stagno, e di altri colori.
Cardello questa volta spalancava bene gli occhi, mentre il padrone pesava i preparati, notando tutto in un quadernetto che si era cucito per tale scopo. Il Piemontese gli diceva scherzando:
—Vuoi rubarmi l'arte?
—Sono ignorante; non posso rubarle niente.
—Fai bene a prender nota di ogni cosa; dicevo per celia.—
Ma il Piemontese non era mai contento, quantunque i vasetti uscissero dal forno con lo stagno ben cristallizzato, e con vividi colori di verde macchiettato di nero e di giallo. Cardello se n'angustiava.
Finalmente arrivò il giorno in cui fu firmato il contratto di compera del fondo. L'ingegnere però non arrivava! Cardello passava le giornate a sorvegliare i carrettieri che portavano dalla cava le pietre di arenaria e i manovali che le rizzavano in mucchi quadrati. E il miraggio della fabbrica tornava a riapparirgli davanti agli occhi vicinissimo, con gli stanzoni rustici per la manipolazione della creta, con quelli destinati agli operai che dovevano lavorare a le ruote, coi forni là accanto, rotondi, come il Piemontese glieli aveva fatto osservare nel disegno del libro.
L'ingegnere intanto non arrivava!
A Cardello sembrava quasi impossibile che il suo padrone avesse bisogno dell'opera di mi ingegnere, lui che aveva murato da sè il piccolo forno riuscito a meraviglia.