Purificata, idealizzata da lungo e segreto lavorio, pel quale il mio carattere, le circostanze della vita e l'indole dei miei studi si porsero a vicenda la mano, la malinconica figura di Jela assunse presto pel mio cuore e pel mio spirito valore di simbolo. Pavento anch'oggi come una sciagura il momento in cui potrò forse dimenticarla, o rimanere indifferente. Ed ecco perchè il vederla riprodotta vivente nella persona della signora Emilia mi turbava.
Il gentile e sacro ideale della mia vita avrebbe patito per quest'incontro qualche mutilazione? Mi metteva i brividi il solo pensarvi.
E tentavo distrarmi da queste idee, ma non riuscivo.
Eravamo andati a visitare l'antico casamento della Marza, poco distante. L'atrio merlato; il cortile ingombro di erbe; la chiesa in rovina e già ridotta a fienile; le stanze vaste ma inabitabili; le rovine di un altro casamento lì accanto, una volta dei frati Carmelitani, deviavano, a intervalli, la mia mente da quella fissazione ostinata. Dovevo far da cicerone, dare schiarimenti, appagare la curiosità femminile destata da un sasso, da una grondaia, da un cespo di rigogliose viole a ciocche cresciuto sull'architrave della porta della chiesa, e rispondere alle cento domande che il posto naturalmente suggeriva.
— Quella bianca cupola in fondo, che stacca sul grigio della pianura?
— È della chiesa di Pachino.
— E quel colle con quel vasto e severo edificio in cima?
— Il colle di San Basilio e la villeggiatura dei proprietari.
— E quello scoglio nero in mezzo al mare, poco lontano dalla spiaggia?
— L'isoletta dei Porri.