La giornata era splendidissima. Sole di primavera; aria profumata dagli odori particolari delle mèssi e delle erbe selvatiche in fiore.
Ma quel sole, quelle mèssi, quelle erbe selvatiche in fiore mi richiamavano alla mente un'altra giornata di maggio e una campagna più bella.
Jela, appoggiata al muro rustico di un pozzo su la spianata accanto all'aia, sorrideva ai piccioni domestici che beccavano i chicchi di orzo e di frumento lasciati cadere a poco a poco dal pugno della mano destra levata in alto; un cane bigio scodinzolava guardandola fisso, col muso in aria, quasi aspettasse anch'esso qualche regalo mangereccio.
— A che pensa? — domandò la signora, vedendomi così assorto.
— Penso, — risposi, — ch'è bene ci siano al mondo felicità che non si possono mai possedere!
— Una felicità non posseduta è piuttosto un dolore.
— Per possedere certe felicità e possederle per sempre (aggravai la voce sul certe e sul sempre), l'unico mezzo, cara signora, è non possederle mai.
— Una donna, — ella rispose, — non parlerebbe a questo modo.
— Perchè?
— Perchè noi siamo molto più pratiche degli uomini.