E nell'ultima strofa:

Or tu, fanciulla, che nel tripudio
Dei cari aprili mi chiedi un canto,
Tu, se dell'arte gentile incanto
Perenne fascino rida a' tuoi dì.

Nei tardi vesperi, su questa pagina
Se un melanconico sguardo ritorni,
Del fior più bello che il crin t'adorni
Lieve una foglia posala qui.

E più in là in questi altri, nella lirica Alla Doccia perenne di Dagnente:

Ecco, or fantasima somiglio bianca
Che vada errando per la montagna...
Di qualche morto l'anima stanca
Che di alcun torto forse si lagna...

Senti, Giovanni, quando in lenzuolo
Simile a questo porranmi un dì,
In qual sia trovimi lontan suolo
Di' la mia bara la portin qui.

Non voglio affermare che uguale trascuratezza s'incontri in tutte le sue liriche, ma è raro che qualcosa di trasandato, di dimesso, di comune non dia a quasi tutte l'aria di facili improvvisazioni. I metri troppo musicali lo affascinano, lo fanno trascorrere, gl'impediscono di scegliere fra le tante immagini che gli si presentano davanti, di indugiare su un aggettivo, di esitare intorno a una rima. L'eccitazione lo spinge innanzi senza dargli tempo di voltarsi addietro; le strofe sgorgano una appresso all'altra, lusingandogli l'orecchio, ed egli cede volentieri alla loro malìa.

Certe volte la trovata è geniale, ma la verbosità per poco non la sciupa; è gentile, ma fa rimpiangere che la forma non sia gentile altrettanto. La sincerità spesso lo salva, giacchè dov'egli appare anche più manierato si mostra pure sincero. In bocca a un altro questa strofa oggi farebbe ridere:

Oh melodi! o fantasime
Superbe del pensiero!
Santi dell'Arte fascini.
Caste Pimplee del Vero!