Triste chi osò di adùlteri
Amplessi i vostri altar,
Di servil carme i dèlubri
Di Pindo profanar.
In bocca sua fa appena sorridere, perchè c'è sempre un dissidio tra la sua forma e il suo concetto, quasi egli abbia gettato addosso a questo la prima veste capitatagli sotto mano, senza badare se gli si attaglia o no; forse, per la convinzione che il concetto, bene o male, più o meno efficacemente, si farà intendere; e questo gli sembra l'importante.
Infatti le naturali attitudini del suo ingegno sono ricche: l'impeto, lo slancio, la commozione, la tenerezza, il sorriso, l'ironia, la satira violenta si alternano, si mescolano, si confondono con vena abbondante.
Quella monotonia che scorrendo il volume si fa vivamente sentire è più nei mezzi ch'egli adopra, che non nella sostanza; nel verso, nel metro, nella costruzione della strofa, e anche un po' nella concezione generale. Si vede bene che, se egli non avesse avuto troppa fretta, se non avesse sentito alle spalle l'urgenza di altre bisogne specialmente politiche, l'opera sua avrebbe potuto riuscire assai ben diversa. Ma a lui, che scorge soltanto gli eccessi di certe ricerche di stile e giustamente le sdegna, anche il limæ labor sembra, o almeno pare che sembri, un eccesso. E perciò si fa dire dalla Musa:
Fra pergamene logore, astruse
Che andresti, misero vate, cercando?
Astrusi ritmi, strofe confuse,
Gergo dai vivi fuggito in bando?
Odon gli stitici metri di notte
L'ombre: te i cuori ch'odano io vo':
O scegli il plauso di scimmie dotte,
O scegli i baci ch'io sola do.
(L'Addio alla Musa).
Ma forse quand'egli rimpiange, con insolita bellezza di forma,
I bei razzi lucenti
Lanciantisi alle stelle,
In fasci aurei spioventi
E in scintillanti fior!
Per mille goccie belle
Di color mille splende
La pioggia ignea... discende
Lenta ne l'aria... e muor