Le Cronache drammatiche, apparse ieri l'altro, somigliano al Moschettiere e alle Vespe in questo soltanto: saranno un opuscolo settimanale scritto tutto da Edoardo Boutet e si occuperanno unicamente di cose riguardanti il teatro.

Arrivano in buon punto. Da qualche anno, per opera di attori e di scrittori, viene risuscitato nel pubblico italiano l'interesse, se non l'entusiasmo, di trenta anni fa, quando una nuova produzione drammatica, data nella capitale provvisoria, occupava per settimane gli spiriti e faceva quasi tacere le discussioni politiche.

Oggi, l'interesse non è scevro di un senso di scetticismo, effetto delle delusioni seguite alle illusioni eccessive. Ma bisogna dire che noi, da schietti meridionali, da latini, siamo trascorsi dall'eccesso delle speranze all'eccesso della sfiducia: e se le Cronache drammatiche riusciranno a mettere le cose in equilibrio, faranno opera degna di grandissima lode.

Nessuno, io credo, in Italia, è più adatto di Edoardo Boutet a operare questo miracolo. Egli è un topo di palcoscenico. Da anni, sua occupazione e preoccupazione sono stati gli attori e gli autori drammatici. Con franchezza straordinaria, spesso brutale, egli ha detto la sua opinione su tutto e su tutti, ogni volta che l'occasione si è presentata. I suoi articoli nel Corriere di Roma dello Scarfoglio lo misero in vista. La gente che leggeva quegli scritti, si domandava con curiosità:

Chi è mai questo nuovo paysan du Danube che irrompe nella cronaca teatrale? — E la curiosità non veniva eccitata soltanto dalle cose che egli diceva, ma dallo stile con cui le diceva; stile pieno di immagini, lutulento, imbarazzato, eppure innegabilmente efficace. Sotto l'impaccio della parola e della frase, si sentiva l'uomo sincero, convinto; una specie di apostolo e di profeta.

Allora il giornale quotidiano non era un organo frettoloso d'informazioni com'è divenuto oggi. Il cronista teatrale aveva dignità di critico; non si trovava obbligato di far sapere la sua opinione immediatamente dopo lo spettacolo a cui aveva assistito; dal teatro non doveva correre in tipografia, e là improvvisare l'articolo e darne le cartelle ai compositori di mano in mano che le scriveva, senza avere tempo neppure di rileggerle. Durava il bel costume dell'appendice del lunedì; delle novità date il venerdì sera — e che egli era in caso di riudire nelle sere seguenti, se state tali da ottenere di essere replicate — l'appendicista poteva scrivere pensatamente, con comodo; e la curiosità del pubblico veniva anche aguzzata dall'attesa, e trovava piena soddisfazione nel poter leggere, il lunedì, i giudizii degli appendicisti teatrali più in voga; giacchè allora accadeva che alcune appendici drammatiche assumessero il valore di un piccolo avvenimento letterario.

Edoardo Boutet portava qualcosa di nuovo, di speciale nella critica drammatica: la perfetta conoscenza dei misteri del palcoscenico. Di rimpetto a lui, gli appendicisti del lunedì di dieci anni avanti sembravano persone impettite, troppo serie, quasi accademiche. Egli era uno sbarazzino e nello stesso tempo uno che credeva, che si infiammava, e che talvolta arrivava fino ad assumere atteggiamenti apocalittici, fino a far intravvedere che tra la critica teatrale e lui egli supponesse un'assoluta identità di persona.

Anche quando era ingiusto, o meglio, anche quando s'ingannava (non c'è ingiustizia nello ingannarsi) sotto la violenza del giudizio e della frase si scorgeva benissimo la sincerità del suo sdegno. Quella che per lui era un'offesa all'arte, sembrava anche si mutasse in offesa personale; ma sembrava così per la montatura del periodo che gli si aggrovigliava tra le mani tremanti di santissimo sdegno. I puristi, leggendo, si sentivano venire la pelle d'oca, ma non cessavano di leggerlo. Gli attori flagellati a sangue, le attrici contristate nella loro vanità, gli autori redarguiti con accompagnamento di sferzate fingevano di disprezzarlo, di sorridere di quelle sue sfuriate, ma poi gli davano ragione. Conosco qualcuno che non ha potuto tenergli broncio neppure un giorno, dopo un articolo che lo aveva stritolato la sera avanti, nel primo Capitan Fracassa di gloriosa memoria. Critico e autore, il giorno dopo erano a braccetto in Piazza Colonna e ridevano assieme, con gran meraviglia di parecchi che immaginavano forse di doverli vedere piuttosto presi pei capelli, dato che l'autore drammatico avesse avuto dei capelli afferrabili; e non ne aveva.

Da quei giorni, molt'acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Edoardo Boutet ha sentito anche lui la mortificazione degli anni. Può darsi — ma non pare — che il vedersi mancare lo spazio e il tempo, per le invadenti necessità giornalistiche, lo abbia un po' scoraggiato. I suoi grandi articoli, le sue encicliche drammatiche si erano fatte rare. Di quando in quando, la Nuova Antologia, la Rivista d'Italia portavano un suo studio di attrice, una sua disquisizione intorno a qualche soggetto di attualità drammatica; studio e disquisizione dove egli mostrava la grande abilità di sapersi adattare all'ambiente, di parlare con moderazione di concetti e di forma — sì, anche di forma — che gli dava l'aria di persona un po' costretta a raffrenarsi, a comportarsi come chi si trova in un circolo di conversazione fuori dell'usuale.

Di quando in quando, una scappata, un razzo, l'iniziamento di una serie di studi sur un particolare soggetto presto interrotta e non più ripresa; nient'altro.