LA SOCIETÀ PER GLI STUDI FRANCESI
IN ITALIA
Eh, sì, mancava! Ed ho fatto tanto di cuore leggendone l'annuncio in una rivista genovese.
Questa volta eravamo davvero ingrati, come ci qualificano i francesi. Da parecchi anni molte brave persone si sono sbracciate in Francia per fondare una Società di studi italiani col generosissimo scopo di far sparire qualche piccolo malinteso nato in questi ultimi tempi tra l'Italia e la sua sorella latina; e nessuno finora aveva pensato di far sorgere qualcosa di simile tra noi per aiutare quelle brave persone nella fratellevole impresa!
Di tratto in tratto, a grandi intervalli in verità, i giornali francesi recano la notizia di una conferenza molto applaudita di soggetto italiano, dell'invito a uno dei nostri scrittori più in voga per andare a conferenziare colà; e il rumore degli applausi e dei brindisi nei banchetti passa le Alpi e commuove i cuori sensibili di quegli italiani che amano politicamente la Francia per lo meno quanto la loro patria, e, stavo per dire, anche più. Milano ci ha dato l'esempio di una doverosa cortesia invitando Edoardo Rod per una conferenza: ma il caso è rimasto isolato.
Durante questo tempo, i francesi hanno iniziato per la letteratura italiana contemporanea quel che facevano da un pezzo per altre letterature straniere. Si sono degnati di accorgersi che c'è un po' di buono anche tra noi. Un accademico, che aveva prima scoperto i romanzieri russi, scopriva Gabriele D'Annunzio e lo presentava all'ammirazione del mondo intero, giacchè quando Parigi ammira, per la sua naturale funzione di cervello del mondo, induce tutte le nazioni civili a sentire e pensare come lui. Rivolti, così per caso, gli occhi a quest'umile Italia, meravigliati che avevamo anche noi parecchi poeti, parecchi romanzieri degni della loro curiosità i francesi si sono messi a farseli tradurre, per risparmiarsi la fatica di leggerli nella lingua originale. E così è avvenuto che parecchi italiani, che non avevano mai sentito la tentazione di leggere il loro D'Annunzio nelle belle edizioni del Treves, hanno avuto il piacere di gustarlo nelle traduzioni dell'Hérelle.
È probabile che in questo emballement, come colà dicono, di Parigi per la letteratura italiana, la Società di studi italiani entri per qualche cosa; è probabile anche che non c'entri nè punto nè poco. Io non ho elementi per giudicarlo. I piccoli malintesi nati in questi ultimi tempi fra l'Italia e la Francia non hanno, mi sembra, niente che vedere con la letteratura; e se si dovesse badare allo scopo della Società per gli studi italiani e apprezzarne il risultato dai fatti, non si avrebbe, credo, nessuna ragione di rallegrarsi dell'efficacia di quegli studi. I piccoli malintesi permangono, se pure non aumentano. La Società per gli studi italiani non ha potuto, per esempio, impedire che i francesi, quando han voluto trovare l'epiteto più infamante con cui bollare Emilio Zola, scegliessero quello d'italiano. Venduto agli ebrei, tedesco, traditore della patria, insultatore dell'esercito non sembrando sufficienti, ogni insulto è stato riassunto in quella parola!
Qualche scontroso potrà dire:
— Siamo proprio buffi! Che alcuni francesi, di buona volontà abbiano sentito il bisogno di fondare una Società per gli studi italiani, non c'è da stupirne. Tra cento mila francesi, appena appena uno intende un po' l'italiano. Tra gli scrittori francesi, a stento tre o quattro non hanno citato un periodo, una frase italiana senza infiorarla di spropositi. È naturale dunque che essi si vergognino della loro ignoranza e cerchino di porvi riparo. Ma noi? Noi leggiamo tutto quel che ci viene dalla Francia; noi conosciamo la loro letteratura contemporanea quasi assai meglio della nostra; le nostre riviste, i nostri giornali letterari, i nostri stessi giornali politici rigurgitano di saggi, come si dice, di studi, di recensioni di libri francesi; dovrei dire di panegirici, di inni, anche per libri mediocrissimi che, scritti in italiano passerebbero inosservati. Che diamine dobbiamo studiare più di quel che facciamo?
C'è chi si sente commuovere le viscere pei trionfi del D'Annunzio, per le traduzioni dei romanzi del Serao, del Rovetta, del Butti, del Neera? Primieramente questo fatto non ha niente di speciale. È venuta la nostra volta. Passata la moda dei romanzieri russi, dei drammaturgi e romanzieri norvegiani, la curiosità si è rivolta verso di noi, come domani si rivolgerebbe verso i Lapponi e gli Ottentoti, se essi avessero la fortuna di possedere una letteratura.
Questa curiosità intellettuale però fa molto onore ai francesi di oggi; è una loro qualità nuova, e di cui bisogna rallegrarsi in onore dello spirito umano. Ma coloro che vedono in questa curiosità un sintomo di sentimenti di altra natura, si ingannano grossolanamente.