Ah, se poteste sentire che male mi produce questo cerchio qui! Se poteste sentire come mi si conficcano più addentro i chiodi delle tempie!…. Vorrei non poter pensare! Soltanto non pensando avrei un po' di requie!…. Ma ci accostiamo alla fine. Sopporterò questa tortura; voi troverete un rimedio per addormentarmi il pensiero…. C'è un rimedio? Ah!… Benissimo!

Vivevo di odio, di gelosia, di amore sfrenato…. Avrei voluto fuggire lontano, ma non potevo. Restavo per lunghissime ore nella camera del mio albergo; mi aggiravo per Piazza dell'Indipendenza passavo e ripassavo davanti al fatale portoncino di via Enrico Poggi senza osare di stendere la mano al campanello, quasi quel portoncino non fosse mai stato aperto per lasciarmi entrare, e con l'angoscia che forse non si sarebbe aperto mai, mai per me!

Non è strano che mi torturassi per questo, se ormai bastava che stendessi la mano al campanello per venire introdotto nel salottino azzurro, varcando l'andito coi busti, coi vasi di spetriste e di cactus, e in fondo, la vetrata medievale con vetri a colori?

Passavo e ripassavo, sconvolto dal sospetto:

—In questo momento forse egli è là!… Forse la stringe tra le braccia! Forse ella si abbandona a lui, follemente! O, forse lo fa soffrire al pari di me, assaporando il maligno godimento della sua potenza di nuocere…!

Suonai violentemente. Il campanello ondulò a lungo per l'andito, mentre io mi pentivo di essermi annunziato a quel modo; e il ritardo del servitore che doveva venir ad aprire mi faceva imaginare che ella avesse ordinato di fingere che nessuno era in casa. Invece ella mi accolse con aria lieta.

—Oh!… E venite qui così fosco?

—L'unico mezzo di farmi accorrere raggiante di felicità, voi lo sapete, è in mano vostra.

—Non posso adoperarlo. Una fatalità mi perseguita….

—Siete voi, voi, la terribile fatalità!