—Chi sa che cosa fantasticavi!
—Non pensavo niente, guardavo fuori.
—Facciamo accendere i lumi.
Tutta la gran luce che due lumi diffusero poco dopo nel salotto non valse però a rassicurarla pienamente. Avevano ripreso la continuazione della lettura interrotta. Aldo leggeva ad alta voce, alzando, di tratto in tratto, gli occhi in viso a Èlvia, che coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino e col mento sul dorso delle mani congiunte, stava ad ascoltare. Evidentemente era un po' distratta. Due o tre volte, Aldo aveva notato che ella, pur restando immobile, girava le pupille attorno, con aria di diffidente paura; e credette opportuno di sgridarla con dolce severità.
—Non sei una bambina!… Eh, via!… O ti senti male?
—Sarei proprio imbarazzata—rispose Èlvia—se dovessi spiegarti quel che provo…. Ora voglio dirtelo—soggiunse:—Ho provato qualcosa di simile sin dalla prima sera che arrivammo qui, nell'intervallo che tu, sceso a parlare col mezzadro, dovesti lasciarmi sola per qualche istante.
—Che cosa provasti?
—Un senso di freddo, come al contatto di persona disaggradevole… invisibile.
—Oh!…
—Sarà una ridicolaggine… che vuoi che ti dica?… Anche tu?…—esclamò Èlvia, vedendo diventare serio serio il marito e prendere l'atteggiamento di chi sta in osservazione di qualcosa d'insolito.