Il salotto, tenuto in penombra dalle pesanti tende di stoffa delle finestre, ingombro di seggiole, di poltrone, di tavolinetti sovraccarichi di preziosi gingilli e di vasi giapponesi colmi di rose gialle che spandevano per l'aria acutissimo profumo, con due antichi arazzi alle pareti inquadrati dal fondo azzurro della tappezzeria di broccato, prendeva in quell'ora vespertina, un'insolita aria di mistero, accresciuta dalla severità dell'aspetto della bella signora. Il dottore avea sùbito notato la mancanza dell'abituale gentile sorriso con cui ella lo accoglieva anche quando stava a letto malata, e nello stesso tempo una rapida occhiata gli aveva fatto comprendere che il consulto per cui era stato invitato a venire da lei doveva essere, più che altro, un pretesto. Di che cosa poteva voler consultarlo? Se lo domandava, pensando che spesso le donne amano di rivolgersi piuttosto al medico che non al confessore in certe delicate circostanze.
—Mi perdoni se ho ritardato di qualche ora la mia venuta. La nostra professione—disse il dottore—non ci lascia mai piena libertà.
—Non ha bisogno di scusarsi—ella rispose, stringendogli nuovamente le mani.
—Non sta male, mi pare.
—Fisicamente, forse no; ma sono così turbata di spirito che ho paura di ammalarmi.
—Di che si tratta?
—Della mia felicità.
—In questo caso, la miglior consigliera è lei stessa.
—Ho un terribile scrupolo.
—Sarei lietissimo, se potessi riuscire a dileguarlo. Si rivolge al medico o all'amico?