—Ti beffi di me?
—E sei davvero incretinito, se non comprendi il valore di quest'opera, che ha un solo irrimediabile difetto—soggiunse il Nolli non ancora sazio di ammirare:—dovrà rimanere quel che è, un bozzetto. Nessuna abilità di esecutore potrà tradurlo in marmo conservandone la freschezza del tocco, l'incompleto. Non ardire di lavorarvi più; sciuperesti questa terribilità di espressione che risulta appunto da quel che il tuo istinto d'artista ti ha preservato di alterare dando maggiore finitezza alla modellatura.
Vittorio D'Arèba era commosso, con gli occhi pieni di lagrime che gli velavano l'opera sua.
Intanto il critico, continuato a profondersi in elogi, a sviluppare ampiamente il concetto risultante da quella tormentata figura, domandava all'artista:
—Tu dunque non hai pensato niente di tutto questo?
—Niente!
—Benissimo. Le vive forze della Natura creano così, con misteriosa inconsapevolezza; e l'ingegno artistico, che è una delle tante forze naturali, non può agire altrimenti. Fa' formare sùbito e poi fondere in bronzo il tuo bozzetto. Sentirai che scoppio alla prossima esposizione!
—Mah…?—fece il D'Arèba con trepidante gesto interrogativo.
—Come battezzarlo? Ecco: Dolore senza nome!
—Grazie!… È proprio così! balbettò lo scultore.