A BRUNA.
Tra i ricordi della mia fanciullezza—disse Forcelli—c'è una gentile figura….
—Vizioso fin da bambino!—lo interruppe Miozzi, ridendo.
—…. una gentile figura di vecchina—continuò Forcelli senza badargli—che mi torna alla memoria ogni volta che sento qualche spigliata melodia del secolo scorso. Era cugina di mio padre e viveva, sola sola, in una casetta più vecchia di lei, dove tutto era vecchio come lei e d'onde tutto è sparito con lei, molti e molti anni fa. Si è salvata dal disastro—e non so come—soltanto una spinetta barcollante sui tre piedi, con la cassa tarlata anche allora, coi tasti ingialliti e sconnessi e col pedale rotto e accomodato alla meglio con spago. Ho voluto lasciarla tal quale, e la tengo in un canto del mio studio per ricordo di colei che mi ha fatto godere le più dolci impressioni musicali di vita mia. Ho detto: più dolci e non più intense, caro maestro—egli soggiunse, rivolgendosi a colui che scoteva la testa protestando e quasi commiserandolo, da quel rabbioso wagnerista che era.
—Volevo ben dire!—rispose questi.
—Andavo spesso dalla cugina, come tutti la chiamavamo in famiglia, perchè ella mostrava una grande predilezione per me. Ero il vivente ritratto del nonno, secondo lei; e infatti ella mi aveva imposto il soprannome di Nonnino. Confesso che abusavo volentieri di questo privilegio, permettendomi in casa sua tante e tali capestrerie, delle quali il babbo e la mamma non avrebbero tollerato le più piccole e più innocenti.
—Ah, Nonnino! Nonnino!—ella mi sgridava, minacciando con l'indice della mano destra.
Ma subito rideva.
Ora, uno dei miei più piacevoli divertimenti consisteva, in principio, appunto nel tempestare con le mani, quasi coi pugni, sui tasti di quella misera spinetta, che fremeva e strideva con tutte le corde di rame e sembrava chiedere aiuto contro lo strazio che le infliggevo.
La cugina accorreva da qualunque punto della casa, curva, strascicando le ciabatte, sgridandomi da lontano: