—Io non credo alla fatalità—disse Oddo Remossi—almeno nel modo in cui generalmente s'intende. Per quanto si voglia ingrandire l'azione e l'influenza delle circostanze esteriori ed ereditarie, resta sempre un largo margine dove può trovar posto la libertà individuale. Solamente avviene che noi non ci opponiamo a bastanza a quelle forze, diciamo, nemiche che ci stanno dattorno. Spesso, pur troppo! non ne abbiamo il tempo, nè il modo. La vita c'incalza; la stessa civiltà che dovrebbe renderci più indipendenti e più liberi, ci costringe a una schiavitù di atti e di pensieri di cui non ci rendiamo mai conto. Oggi nessuno di noi avrebbe il coraggio di soffiarsi il naso con le dita, come il gran Cavaliere della Mancia e qualche raro contadino attuale. La schiavitù del fazzoletto vi sembra poca cosa? Ne ridete? Ebbene, tant'altre schiavitù di idee non sono meno ridicole di essa. Rifletteteci un po', e ve ne avvedrete.
—Che c'entra tutto questo con la fatalità?—disse Mazzani.
—C'entra—rispose Remossi—perchè noi sogliamo chiamare fatali quei fatti dei quali non riusciamo a scorgere la concatenazione e la logica.
—Troppa filosofia e, mi sembra, sprecata a proposito di un avvenimento così meschino e comune come quello di cui ragioniamo!
Gramoglia aveva parlato senza togliersi di bocca il sigaro gustato beatamente, stando sdraiato su la poltrona, su la sua poltrona, da lui chiamata così perchè ogni volta che si trovava nello studio dell'amico Remossi la voleva per sè, o preferiva di restare in piedi se era già occupata da un'altra persona.
—Secondo te—soggiunse continuando a fumare—io dovrei ribellarmi alla schiavitù della mia poltrona che stimo tanto comoda e tanto dolce. Perchè?
—Con voialtri è impossibile ragionare!—esclamò Remossi.—Ne volete la prova? Vi racconterò un fatto. È autentico, autenticissimo; non lo invento per comodo della discussione. So già, anticipatamente, il giudizio che ne darete, e sarà la conferma di quel che sostengo.
—Non usciamo però dalla specie di fatti dei mariti fatalmente predestinati…. Ce n'è parecchie categorie. Quella di coloro che non hanno occhi per vedere, nè orecchie per sentire; quella di coloro che vedono e sentono e si rassegnano al loro destino; quella di coloro che si ribellano inutilmente, giacchè un fatto è un fatto e niente può annullarlo dopo che esso è avvenuto. Un marito che ammazza la moglie infedele o l'amante….
—È superfluo che tu balzaccheggi; la Fisiologia del matrimonio l'ho letta anch'io. Che cosa voglio provarvi? Che noi ci siamo appunto resi schiavi di un pregiudizio, o di un sentimento ridotto tale. Non ci sono predestinati nel matrimonio, ma, invece, mariti sciocchi, imprevidenti, incuranti, mariti nervosi, irragionevoli, delinquenti….
—Se non è zuppa è pan molle—lo interruppe Mazzani.—Ma è meglio che tu racconti il fatto. Riprenderemo a discutere dopo.