—Continua!—disse alla moglie che cessava di suonare all'inattesa apparizione.

Ella sapeva che Gissi doveva partire senza più rivederla, dopo che in un istante di debolezza si erano lasciati sfuggir di bocca il loro reciproco segreto, o piuttosto dopo che l'imprudenza di Gissi le aveva strappato una confessione che l'aveva fatta piangere indignata contro di lui e di sè stessa.

E soltanto per nascondere il suo turbamento, riprese a suonare; smise dopo poche battute.

—Dunque—disse Roberto Cagli—voi due vi amate o state per amarvi…?

Gissi scattò in piedi, pallido, portando disperatamente le mani alla testa; la signora chinò la fronte sul leggìo del pianoforte mezza svenuta.

—Non vi sembra di essere ridicoli?—soggiunse Cagli.—Vorreste diventare due volgari adulteri? Eh, via! Eh, via!

Il colpo era fatto.

Gissi e la signora si trovarono, con una mossa involontaria, l'una di faccia all'altro, l'una con gli occhi in quelli dell'altro, ridicoli come quegli aveva detto, nient'altro che ridicoli, e rossi tutti e due dalla vergogna di riconoscersi tali, mentre nei giorni scorsi si erano creduti sopraffatti da fiero tragico destino.

E tutto finì là!

—Caro Remossi—disse maliziosamente Gramoglia—dobbiamo proprio crederti?… Tutto finì là?