—No.

—Non li hai veduti?—esclamò il mio amico quasi balbettando.

Era pallido come un morto.

—Sette—soggiunse.—Li ho contati; quattro donne e tre uomini…. come fatti di nebbia, con lunghe tuniche bianche…. Sono passati lentamente…. Ti ho stretto forte la mano nel terribile momento. E quella gran luce?

—Non ho visto nulla!

—Non crede!—disse la donna.—Per vedere bisogna avere la grazia….

Forse è così: bisogna avere la grazia, come ella si esprimeva, cioè una disposizione naturale, una facoltà speciale…. Che ne sappiamo? E il mio amico è rimasto talmente convinto di non essere stato vittima di un'allucinazione, che è morto sospettando sempre della mia buona fede. Ha creduto che io abbia negato di aver visto per cocciutaggine di medico materialista. E non è vero.

L'INESPLICABILE

A GIUSEPPE DRAGONETTO.

—Vorrei spiegarmi meglio, caro dottore, ma non so. Più ripenso al mio caso, più tento di veder bene tra la nebbia che mi avvolge la mente, e più sento sconvolgermi l'intelligenza. Sono già al confine della pazzia? Un altro passo e la mia ragione si smarrirà per sempre nella tenebra dell'incoscienza?… È terribile, dottore! No, non mi dite niente, state ad ascoltarmi; abbiate pazienza. Siccome il mio male è tutto qui, nella testa, e non ha sintomi fisici, voi non indovinereste nulla se io non parlassi. E per parlare, anzi per far lo sforzo di pensare e di parlare con qualche ordine, ho bisogno di non essere interrotto. Il mio cervello non funziona regolarmente; ha strane intermittenze. L'imbroglio consiste in questo: io non distinguo più tra sogno e realtà, tra fatti fantasticati in momenti di strana esaltazione e fatti realmente avvenuti…. Così, proprio così! Voi sorridete incredulo…. M'inganno? Tanto meglio.