— Che sbaglio questa riconciliazione! Più si avvicina il momento del nostro incontro e più sento la resistenza dell'ostacolo che ci terrà divisi, l'uno estraneo all'altra. Ci sarà sempre... quel cadavere tra noi!
— I morti, figlia mia, perdonano meglio dei vivi.
— Si sente dunque assolto?... Lo ha detto?
— Ha scontato con gran dignità la sua pena. Mai un condannato si è tanto volontariamente segregato dal mondo! In sette anni non ha dato notizie di sè a nessuno, neppure a suo padre. Ha rifiutato lettere e visite, anche di suo padre. Soltanto da poche settimane in qua...
— Ha voluto assaporare meglio la sua condanna.
— Con che amarezza dici questo!
— Conosco il suo orgoglio.
Le parole delle due donne, pronunziate a bassa voce, si dileguavano nell'ombra della sera che aveva invaso il salotto. Madre e figlia parevano assorte nella contemplazione di quel lembo di cielo inquadrato nel vano d'una finestra, limpido, rapidamente cangiante dal puro smeraldo in una tinta smorta, quasi lattea, dove nuotavano due nuvolette ancora rosee degli ultimi riflessi del tramonto.
Parvero morire anch'esse e disperdersi come lievi ondate di fumo. E nella crescente oscurità del salotto si sentivano due respiri affannosi, di persone che avrebbero voluto piangere e si trattenevano a stento.
Dora si rizzò tutt'a un tratto da sedere. Si udì il secco scatto della chiavetta della luce elettrica, che brillò sùbito dall'alto del lampadario.