— Dora, — fece la signora Marozzi — nè allora... nè dopo io non ti ho mai interrogata. Il mio cuore di madre ha sofferto il lungo tormento di non volerti accusare e di non saperti assolvere, poichè tu ti sei chiusa nel più impenetrabile silenzio. Ma in questi momenti dai quali dipende la tua pace — non oso di dire la tua felicità — tu dovresti avere assoluta confidenza in colei che ti ha dato la vita, che ti ha nutrita col suo latte, che ti ha sempre ispirato i più nobili sentimenti con la parola e con l'esempio. Dora mia! Vorrei vederti davanti a lui a fronte alta, con l'orgoglio della donna che non ha peccato neppur col pensiero, o vederti — se è così — con l'umiltà di chi è stata vinta dalla prepotenza di una passione e non ha ingannato vigliaccamente, per calcolo... Tu non hai voluto essere, finora, orgogliosa o umile neppure con me.
— Cara mamma, una persona come te, che scrive libri dove scruta in ogni pagina il cuore della donna, dovrebbe sapere che noi non siamo per nessuno quel che veramente siamo, ma quel che appariamo a traverso certi atti che tradiscono e ingannano. È inutile difendersi.
— Non sempre è vero. Il cuore di una madre...
— Neppure il tuo, — la interruppe Dora — neppure la tua nobile intelligenza, nè la tua esperienza della vita son riusciti a penetrare la verità. C'è quella che ha creduto mio marito; c'è quella che potrei affermare io; c'è quella che risulta, per gli altri, dalla contradittoria testimonianza dei fatti.... Sono sette anni, mamma, che io trambascio sotto il peso di questo orrore: e oggi me ne sento oppressa più che mai. Quale sarà il nostro avvenire?
— La vita ha risorse e compensi che nessuno può prevedere.
— Forse, mamma!
***
— C'è stato un momento — continuò il Direttore del carcere — che ho avuto gravi apprensioni per lui. Il suo mutismo dei primi mesi, la sua decisa avversione a ogni lavoro manuale mi facevano supporre un'interna azione della coscienza che avrebbe potuto produrre qualche fatale esplosione: la pazzia o il suicidio, che è un atto di vera pazzia. Lo facevo sorvegliare notte e giorno. Noi abbiamo tante responsabilità. Spesso ci assale l'impreveduto, ma pochi sanno la lotta che sosteniamo per non lasciarci sorprendere. Un giorno egli chiese un'udienza. Fui contento di trovarmi faccia a faccia con uno che non era un condannato volgare.
— Non volle difendersi — disse l'avvocato Nerucci. — Altri che han fatto peggio di lui sono stati assolti.
— La colpa è di voialtri avvocati — replicò il Direttore, sorridendo. — Avevo avuto soltanto una volta l'occasione di vederlo. Sono passati parecchi anni, ma ricordo benissimo l'impressione che mi produsse la persona di suo figlio — si rivolse al commendatore Loveni accasciato su la poltrona accanto all'avvocato — quantunque indossasse la tetra casacca carceraria. Parlò dimessamente; si lagnò della continua sorveglianza a cui si vedeva sottoposto. Glie ne spiegai la necessità. — Senta, — mi disse — sono un galantuomo e un gentiluomo, benchè qui porti al braccio il numero di un condannato che ha ucciso. Le do la mia parola d'onore: non medito niente per sottrarmi alla pena che devo scontare. So di averla meritata davanti agli occhi della Giustizia se non a quelli della mia coscienza. — La vita di un uomo è cosa sacra — risposi. — Anche l'onore dovrebbe esser sacro; ma è inutile discutere. Io la prego di sottrarmi a una sorveglianza che m'irrita mio malgrado. Ripeto: le do la mia parola d'onore che sarò il più rassegnato dei suoi ospiti, il più tranquillo. Voglio esser dimenticato da tutti e dimenticare. — Il regolamento le permette.... — Non voglio usufruire di nessun benefizio del regolamento — mi interruppe. — Lei non può obbligarmi a scrivere, a ricevere lettere e visite. Voglio essere lasciato in pace. Non sono più Gabriele Loveni; ma il numero 614. Quando verrà il momento, se verrà... — Ecco: è arrivato. Suo figlio sarà qui tra pochi minuti. Non lo vedrà vestito da condannato.