Leone fece un gesto che significava: Non mette conto!

Allora Giulia riprese lo scialle buttato, entrando, su una seggiola.

— Vado via.... Ecco i fochi!

Si affacciarono alla finestra. I razzi solcavano la oscurità; le bombe si sgranavano in pioggia di scintille d'oro, in getti di globuli di mille colori, quasi pietre preziose dalle mani di una fata e che sparivano sùbito sgranate. E lo spettacolo continuava incalzando.

— Ecco la vita! — esclamò Giulia con voce commossa. — Vado via. Non voglio che qualcuno mi veda. Ti nocerei molto, e ne avrei rimorso. Addio... Ah! Dimenticavo di dirti che giorni fa ho veduto tua madre. So che ogni relazione è rotta tra voi. Una madre dovrebbe perdonare; è vero?... Addio!

— Addio! — balbettò Leoni su la soglia della porta: e a Giulia parve che quella parola le arrivasse da gran distanza.

Egli si era affrettato troppo a rallegrarsi della sua forza di resistenza! Il giorno appresso e per parecchi giorni di sèguito la raffica imperversò violentissima nel suo cuore e nella sua mente. Ne uscì quasi malato.

Un mese dopo fu stupìto di veder fermare davanti a la sua casetta un gran carro di quelli che fanno il servizio dei trasporti a domicilio. La spedizione era ordinata a nome di sua madre, Ersilia Leoni; ma egli indovinò sùbito il gentile sotterfugio di Giulia.

— Come ti trovi male alloggiato! — gli aveva detto quella sera.

E mandava ad arredargli un po' la nuda cella: un canapè, due poltrone, quattro seggiole, una bella scrivania, un calamaio di bronzo, ornato da un amorino che, sdraiato, pareva si specchiasse in una fonte, un tappeto per la tavola da pranzo, due grandi tappeti pel pavimento, un elegante portafiori giapponese.