Mi son lasciato trascinare dal momentaneo entusiasmo. Ho avuto torto parlandovi così. Non sono un misantropo; amo anzi le grandi città, che rappresentano l'estrema altezza raggiunta dall'uomo civile. E non faccio come voi, non mi lagno dei nervi irritati, delle intermittenze dell'intelligenza, nè della mostruosità dei desiderii o delle mostruosità che sono un fatto...
E il valore della campagna, fa apprezzare la città. Pel contadino la natura è muta; il paesaggio non esiste. I miei nervi sovreccitati percepiscono mille cose che a lui non fanno nè caldo nè freddo.
Non potrei starmene tranquillamente a letto? Invece, cerco di buscarmi un malanno scorazzando tra le macchie cariche di brina, arrampicandomi per le scoscese viottole del Monte... Fossi almeno un cacciatore!... Che cosa vo' a speculare lassù, con le sette albe?
I miei contadini non sanno capacitarsi che io vi vada unicamente per salutare l'aurora! So che mi spiano. Intravedono un'operazione misteriosa e terribile. Che non tenti, forse, d'aprir gl'incantesimi delle grotte trogloditiche, con quel libro sotto braccio e il cannocchiale? Fate intender loro, se vi riesce, che vo lassù in cerca d'una sensazione, d'un sentimento; dite a questa brava gente che pratico, in cima al Monte, qualcosa somigliante assai da vicino al cantare un inno sacro, al recitare una preghiera, all'intuonare un Te Deum! Vi sorriderebbero maliziosamente in viso, senza nascondervi la loro incredulità...
E così finisco col compianger loro, non voi che siete la sensibilità eccessiva e la squisita raffinatezza in persona; non voi, prodotto quasi artificiale di quella divina creatrice che è la Civiltà; non voi, che differite da queste creature naturali appena abbozzate, quanto e più che esse non differiscano dal bue con cui arano assieme il terreno, dalla pecora che dà loro il latte e la lana per nutrirsi e vestirsi, e anche dalla pianta che fruttifica e dal cespuglio che fiorisce...
In certi momenti non riesco punto a persuadermi che questa gente abbia, oltre l'anima, lo spirito. L'avrà, forse, in germe; ed è come se non l'avesse, rimanendo simile a un chicco di grano assopito dentro un terreno infecondo.
L'anima e lo spirito non sono dunque tutt'uno?
Pare di no, gentile Amica. In questi miei giorni di metafisica, di fisiologia e di teologia — che cibreo strano! esclamerete — la provvisoria nozione che ho dell'anima e dello spirito, quella che mi persuade e più mi convince (domani mi parrà forse una stoltezza) è questa: Vi sono anime le quali, per via di fortunate circostanze, diventano spirito; ed anime che, per altre circostanze non diventano mai tali. Quelle possono più o meno lungamente sopravvivere al corpo; queste muoiono con lui...
Veggo di qui i vostri occhi sbalorditi!... Chi sa come mi canzonerete nella prossima lettera!...
G.