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1 luglio 1887.

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In questa camera da dove vi scrivo, dormiva molti anni fa la zia Mimì; vecchia, curva, senza denti, coi neri e corti cernecchi sempre davanti gli occhi, quantunque continuamente rimessi al lor posto dalle mani scarne e aggrinzite. Era sorella di mio padre. Buona e santa donna; una di quelle creature per le quali la vita si riduce a un continuo sorriso di compassione, di pietà, e a una gentile e benefica azione; di quelle che possono passeggiare anche sul fango e non lordarsi neppur la punta d'uno stivalino; di quelle che intendono ogni debolezza, ogni miseria umana, e rimangon libere e pure, come se le avessero affatto ignorate. Passò qui mezzo secolo di vita, tra le galline e i tacchini, in compagnia di una serva orrendamente brutta e che a volte pareva lei la padrona, tanta indulgenza le usava la zia pei matti capricci.

Perchè rievoco queste figure già sbiadite nella mia memoria? Non lo so neppur io. Forse perchè oggi mi son divertito un'oretta assistendo alla feroce lotta di tre tacchini. Qui, ora, i tacchini arrivano appena a una dozzina; ai tempi della zia Mimì, passavano il centinaio. Un guardiano li conduceva al pascolo; e il loro ritorno al pollaio era un vero spettacolo. Un ragazzone li faceva marciare a schiere, come tanti soldati, i maschi avanti, le femmine dietro, alle cadenze di una marcia di sua fattura, suonata con lo zufolo di canna; e al comando, sostavano e riprendevano il passo con mirabile precisione, quasi al comando d'un capo tamburo.

Ricordo un'altra strana figura; un vecchio lungo, magro, dagli occhi orlati di rosso, vestito tutto di panno azzurro scuro; grandi stivaloni, sproni, frusta: berretto scuro in testa, con visiera di cuoio verniciato, nera da una parte e verde dal rovescio, che pareva proprio un tegolo. Arrivava a cavallo d'un ronzino bardato con sella enorme, tutta strappi e rappezzature, e salutava da lontano, agitando il manico della frusta, appena scorgeva la zia... Ah! dimenticavo i suoi occhiali verdi, certi occhiali grandi così, due buchi tondi sul viso... Tossiva, parlava, sputacchiava dimenandosi tutto, stirando le gambe, facendo tintinnire gli sproni. Doveva raccontare cose orrende (fatti di famiglia, a quel che pareva) se la zia non voleva credergli, e lo pregava di star zitto. Egli, invece, confermava tutto solennemente, portando una mano magra e pelosa al petto e rizzando il capo: — Ve lo giuro, comare! — la zia gli aveva tenuto una figliuola a battesimo. — Ve lo giuro, comare!

Io stavo a guardarlo a bocca aperta, intimidito, tenendomi un po' in distanza, spalancando gli occhi a quei suoi discorsi scuciti, intramezzati di risatine feroci, di colpi di tosse, di scatti nervosi; la mia età non mi permetteva di comprenderne niente. Egli intanto rincarava la dose: — State a sentir questa, cara comare! — Doveva essere un'infamia assai più grande delle altre, perchè la zia si turava le orecchie e scappava via.

Ma se rivedo queste figure scolorite dal tempo nella mia memoria di ragazzo; se posso, con uno sforzo, tornar a guardarle un momento, non per ciò le intendo. Mi paiono assurde creature di un mondo assurdo, non mai esistito davvero. C'è così grande stacco fra esse e me, nella foggia del vestire, nei modi, nei sentimenti, in tutto! E ci corre di mezzo poco più di trent'anni! E le ho viste, le ho sentite parlare e son vissuto assieme con loro! Invece, intendo benissimo voi che non ho mai veduta e non vedrò forse mai di persona; invece capisco ogni vostro accenno, ogni vostra sfumatura di sentimenti e di idee. Faccio di più: indovino quel che non mi dite e perchè non me lo dite; penetro le riposte intenzioni, quando la vostra parola fa le viste di dire una cosa mentre vuol dirne un'altra. È giusto. Noi viviamo nella stessa atmosfera sensitiva e intellettuale, siamo accordati all'unisono. Quel che vibra in voi, vibra in me, battuta per battuta. Se discordiamo su qualche punto, la ragione del dissenso non mi sfugge; lo stesso dissenso è un'armonia...

E poi mi parlano di ricostruzioni storiche! Gli credete? Io no, cara Amica! La storia è Pompei; ruderi, colonne rotte, case senza tetto, pavimenti a musaico, pitture murali; un guscio di ostrica... senza l'ostrica... Ma passi per la storia! I musei servono a qualcosa. Sono, per lo meno, una curiosità divertente, autentica; fanno fantasticare, spiegano il senso d'un verso classico, accennano una data. Ma l'arte moderna che fa dell'antico? Spesso ho tentato di guardare addietro nella mia vita, per cercar di osservare com'ero venti, trent'anni fa; e mi son riconosciuto appena in quel giovine pallido, biondo, dal viso affilato, dal corpo magro ed esile, dall'intelligenza vivace ma dall'animo timido e dall'immaginazione più timida ancora, che spingeva gli occhi attorno nel mondo e nell'arte senza curiosità, senza entusiasmo, con una specie d'inconsapevolezza o di serenità istintiva.