Scusate: l'ho presa un po' alta, ma la colpa è vostra. Mi fermo. E, in compenso, vi dirò un'assurdità.

Ieri leggevo d'un nuovo processo fotografico col quale vien fatto di fissare un'immagine anche di notte, allo scuro. Pare che ogni oggetto abbia una proiezione luminosa impercettibile dall'occhio umano, una fosforescenza perenne che intanto non sfugge alla reazione chimica. Riflettendo alle possibili applicazioni di quel processo fotografico, ero stato tratto, non so come, a pensare a voi... Anzi lo so; me n'accorgo in questo punto. Avevo là, sul tavolino, l'ultima vostra lettera arrivata di fresco, bigiù epistolare, di quelli che voi sapete così stupendamente niellare; misto di grazia e d'impertinenza, d'affetto e d'ironia, di leggierezza e di serietà; cosa, a prima vista, uscita filata dalla punta della vostra penna, senza pentimenti, senza cancellature; un che delizioso e inqualificabile, più tosto parlato che scritto. Certi periodi, certe frasi avevano il suono argentino delle vostre risa; cert'altri rendevano, con tutta evidenza, le mossine bambinesche delle vostre labbra, le vostre scrollatine di capo; cert'altri, parevano velati di malinconia e imperlati di lagrime.

Ma, francamente, dopo aver letto e riletto, ero rimasto perplesso. Dei tanti voi che formicolavano, abbaglianti, su quelle otto paginette color cenere, fittamente riempite di minuscola scrittura, qual era il voi veramente voi? La vostra lettera, insomma, era tutta sincera? O parte sì e parte no? O c'era in essa la sincerità speciale di un'opera d'arte, la rappresentazione (voluta o involontaria, non m'importava) d'un personaggio dentro la cui pelle voi v'eravate, per un momento, epistolarmente ficcata?

Questa mia perplessità non vi offenda. Attribuitela, se vi piace, alla mia grande ignoranza della donna, quantunque io abbia sempre tentato di studiarla profondamente; attribuitela alla mia inguaribile curiosità di andar proprio in fondo alle cose; alla mia abitudine di voler tutto comprendere a fin di tutto compatire. Con tale perplessità nell'animo — probabilmente per distrarmi di pensarci su — m'ero messo a leggere il giornale; e così (ah, ora ne sono certo!) dal sorprendente annunzio di quella scoperta ero stato ricondotto di bel nuovo a pensare a voi.

Già cominciavo a sentire un'irritazione piacevole, sottile sottile. Più non avevo nessuna certezza intorno a voi!... Oh che delizia! Sì, voi mi scambiavate di tratto in tratto le carte in mano, vi trasfiguravate a vista. Sotto quale apparenza, fra tante, dovevo io riconoscervi? Quale, di tutte quelle apparenze, era proprio anche la sostanza?

E la fosforescenza delle cose, impercettibile dall'occhio umano e che soltanto i più delicati reagenti chimici son capaci di rivelare, mi spingeva lene lene alla rêverie. Naturalmente, pensavo alla vostra fosforescenza — non ridete — che dovrebbe essere la luce intima dell'esser vostro, del vostro pensiero. Ed ecco come son riuscito a creare, idealmente, un processo per fissarla tale qual essa è, senza pericolo d'inganno. Pel vostro amico Giorgio, voi lo sapete, sogno e realtà son tutt'uno; state dunque a sentire che cosa è accaduto o, meglio, che cosa mi è parso di veder accadere.

Voi eravate qui, nel mio studio (voi così lontana e che io non conosco ancora di persona!) seduta sulla bassa poltroncina, tra braveggiante e sospettosa. Non credevate alla mia scoperta, ma non eravate poi assolutamente sicura che fossi matto da legare per quella fotografia del pensiero. Aspettando i risultati dell'esperimento propostovi, vi preparavate, sorniona, a ridere di me, a canzonarmi spietatamente pel mio prossimo fiasco. Eravamo al buio. Poco prima, al lume della lampada, avevo preso il punto col mio obbiettivo inglese; poi la lampada era stata spenta e, nel buio, vi sentivo leggermente respirare, a due passi. Non avete voi avuto per un momento, per un solo momento, qualche sospetto intorno alla mia buona fede? La vostra ritrosia a restar lì, al buio, sola con me, su quella bassa poltroncina, mi autorizza a pensarlo. Ma vi rassicuraste appena vi ebbi spiegato alla meglio quel che intendevo fare.

Vi avevo raccomandato di stare immobile, più che col corpo, col pensiero, di fissarvi in un'idea, lieta o triste, interessante o indifferente, ma in un'idea sola... La posa fu lunghetta; un quarto d'ora... E quando, uscito dal gabinetto oscuro con la lastra impressionata in mano, vi annunziai trionfalmente: voi pensavate qualcosa di allegro, siete scoppiata in una di quelle vostre risate... in una di quelle vostre risate! — Sì, sì, mi rispondeste tra le risa, pensavo appunto a voi... steso sul cataletto a pancia all'aria! — Avete riso per poco. E siete rimasta seria seria, profondamente impressionata, appena vi ho fatta accorta del mio sbaglio; perchè io avevo dimenticato che si trattava di una negativa; e, precisamente, quell'idea segnata lì in trasparenza, era una idea nera, un'idea triste, precisamente! Allora esclamaste: — Ho paura di voi! — E lo ripeteste più volte quando vi dissi che fra non molto (io non dispero di nulla) si sarebbe arrivato a decifrare correntemente quei segni quasi cabalistici rivelatori del pensiero. Forse, chi lo sapeva? quei tratti piccolissimi, vaghi, sfumanti, impressi sulla lastra erano la registrazione delle altre vostre idee tenute in disparte dall'idea fissa, diventata in tal modo più evidente. Ah! Tutti i vostri più segreti pensieri che vi frullavano in testa poc'anzi io gli avevo lì, notati fedelmente: tutti! Che temevate? Che io scoprissi delle cosettine poco piacevoli per me?

State tranquilla, cara Amica; ho voluto svagarvi un pochino. Non sarò io, no, colui che tenterà di scoprire il modo di fotografare anche il pensiero. Avessi pure la ventura di scoprirlo per caso (le più grandi scoperte sono venute fuori così), distruggerei, subito, ogni traccia della mia invenzione. Più nessun dubbio? Più nessuna incertezza? Più nessuna illusione? Allora, sì, questo mondo diverrebbe noioso. — Non si ha più certezza di niente! — Cattiva, non ve ne lagnate. Soltanto l'ignoranza, l'ignoranza relativa, l'ignoranza della scienza, l'ignoranza della religione, l'ignoranza di tutto quel che ci circonda, di sotto e di sopra, soltanto essa ci rende un po' sopportabile la vita, quando non ci rende (cattiva, non ve ne lagnate!) addirittura felici!

G.