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14 ottobre 1887.

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E se io vi dicessi che n'ho avuto un vago presentimento, una strana impressione nervosa, la quale mi dava la sensazione di non esser solo in quel momento? Un foglio di carta scivolò su pei libri, quasi una mano invisibile lo avesse smosso; l'armadietto, che può dirsi il mio museino, dove ho riposto tante cose disparate, ma egualmente a me care, diè un schianto secco secco, da farmi credere che una delle sue pareti si fosse spaccata... E non era vero; potei subito accertarmene. Chi avea picchiato a quel modo?

Riuscii, da lì a poco, a darmi piena ragione di ogni cosa.

Quella impressione che mi aveva prodotto la sensazione di non esser solo, dovea certamente provenire dal filo d'aria che l'imposta mal chiusa lasciava penetrare nella stanza. Si sa come certe sensazioni puramente fisiche si trasformino nell'organismo in, diciamo così, sensazioni morali. Le nostre condizioni psicologiche di un dato momento, l'abitudine di certe speciali associazioni d'idee, lo stato latente della coscienza che si desta, si sviluppano e prendono forma netta e precisa dietro un impulso esteriore. Nel mio caso, la leggera preoccupazione di quel vostro insolito silenzio di due settimane, il pensiero indeterminato, specie di desiderio che forse mi attraversava il cervello in quel punto, e da cui venivo inavvertitamente attratto verso l'impossibile, aiutato dalla cognizione che quel che io stimavo impossibile vien creduto da parecchi una non molto difficile possibilità: (gli spiritisti, i mistici, voi lo sapete, affermano, come fatti non rari lontani, i viaggi dello spirito d'una persona vivente); ecco parecchie cose che, insieme o da sole, potevano produrre il fenomeno d'una forte allucinazione.

C'era dunque in me quel che occorreva perchè una sensazione puramente fisica, la impressione d'una lieve corrente d'aria, potesse agevolmente trasformarsi in un'impressione misteriosa, nella presenza d'un essere invisibile, di voi, proprio, che non vi facevate viva — cosa insolita — da due settimane.

Soddisfattissimo di questa così scientifica, così positiva spiegazione, passai al secondo fatto, allo smuoversi del foglio posato sui libri. I libri erano, sì, un po' in declivo; ma, apparentemente, non tanto da giustificare che la gravitazione del foglio avesse potuto produrre quel fatto. Provai, riprovai di rifare l'esperimento; il foglio, anche messo in una posizione assai più declive, rimase fermo, quasi avesse avuto addosso il più pesante dei miei ninnoli ferma-cart. (Si dice così? Non lo so, quantunque mi sembri abbastanza italiano. Ho consultato tutti i vocabolari che posseggo — e sono parecchi, dal Tramater a quello in corso di stampa del Petrocchi — e non mi è riuscito di trovare il corrispondente italiano del presse-papier dei francesi. Il vocabolo dev'esserci, c'è, senza dubbio; sospetto di averlo già saputo e ora dimenticato; ma non ho qui un fiorentino a cui domandarlo; una delle tante disperazioni che mi facevano arrabbiare quando avevo la malinconia della letteratura, di cui sono fortunatamente guarito). Dunque, il foglio restava lì fermo. Che è per ciò? Avevo io esaurite tutte le possibili posizioni di esso per raggiungere il mio intento? Non vi sono circostanze così complesse che è assurdo tentar di riprodurre, non potendo precisamente riprodurle con la medesima intensità e con la identica correlazione di tutti i lor diversi elementi? Un'altra ragione scientifica, positiva che, persuadendomi di smettere le varie prove e riprove, mi fece accettare senz'altro la spiegazione più sicura: sì, il peso, aggravandosi, aggravandosi, accumulandosi, avea naturalmente prodotto il moto, e così il foglio era scivolato giù quasi smosso da una forza occulta, dalla gravità universale.